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La cordata per Parmalat ferma sulla via del decollo

di Antonella Olivieri

La cordata tricolore per Parmalat difficilmente riuscirà a decollare in tempo utile per l'assemblea del 14 aprile. Ieri il fondo Charme, confermando indiscrezioni di stampa (La Repubblica e Mf), ha esaminato l'ipotesi di rilevare una quota nel gruppo di Collecchio, ma nessuna decisione sarebbe ancora stata presa. L'obiettivo di formare una lista per il rinnovo del consiglio che sia in grado di contrastare quella che sarà presentata da Zenit, MacKenzie e Skagen, forti del 15,3%, è molto sfidante, considerando che il termine ultimo per il deposito cade il 18 marzo prossimo. Nella fattispecie il 15,3% vincolato a un patto, alla luce di tutte le precedenti assemblee della nuova Parmalat versione public company, è una pressochè certa maggioranza. Per contrastare davvero il blocco estero, occorrerebbe rilevarne le quote, ma il prezzo espressamente indicato nell'accordo, che renderebbe i partecipanti liberi di disporre delle proprie azioni, è di 3 euro, il 30% in più delle quotazioni di Borsa che ieri si sono attestate a 2,28 euro. Troppo per una quota di minoranza, se l'ottica è quella di poterle rivendere con profitto.

In linea di massima però il fondo Charme della famiglia Montezemolo – che ha tra i suoi sostenitori anche Intesa-Sanpaolo, titolare del 2,4% di Parmalat – sarebbe disponibile a partecipare a un'operazione di "sistema-Paese", in linea con la filosofia che ispira la condotta della banca guidata da Corrado Passera. Dal quartier generale di Intesa si ribadisce comunque che al momento non ci sono contatti tra Banca Imi, il braccio operativo del gruppo nell'investment banking, e i possibili candidati alla cordata.

Nel frattempo a chi gli chiedeva del suo ruolo nella partita, l'ad Parmalat, Enrico Bondi, ha risposto in tono criptico, ma sufficientemente esplicito per gli interpreti, che lui è solo «spettatore» e che non ha dato mandato a nessuno di contrastare l'iniziativa dei fondi e infine che «a decidere saranno gli azionisti». Tuttavia, il suo atteggiamento non è quello di chi sta già facendo le valigie. Anzi, la presentazione dei risultati dell'ultimo esercizio è stata accompagnata da un'analisi delle prospettive del gruppo che, per la prima volta, contempla l'ipotesi di un'acquisizione in un'area precisa – il Sud-America – con tanto di spiegazione della strategia sottostante. La strada è quella, già individuata da altri gruppi del settore, di puntare sull'integrazione con le mega-farm che stanno nascendo (stalle da 30mila capi) per contenere i costi della materia prima latte. Con i proventi delle azioni legali, che sono ormai in via di esaurimento, Parmalat ha messo fieno in cascina per oltre 1,4 miliardi e circa altri 200 milioni arriveranno, nei programmi, dalle dismissioni di asset e immobili non strategici, a beneficio anche del sostegno al dividendo che nei prossimi anni non potrà più contare sugli afflussi straordinari delle transazioni legali.

Basterà ad accontentare i fondi che avevano reclamato un'acquisizione, che potesse accrescere valore, o in alternativa la distribuzione dei fondi in eccesso? Si vedrà. Quel che è certo è che Bondi non andrà oltre. «Il concordato – ha ricordato – prevede una ripartizione equa fra gli azionisti, che hanno avuto una remunerazione non irrilevante (850 milioni cash dal 2005, ndr) anche se non basta mai, e l'azienda per la crescita. Questo genere di aziende non può avere una crescita fulminea, occorre gestirle con grande prudenza. Del resto abbiamo visto come sono andate a finire le aziende con la crescita fulminea».

In un contesto in cui l'ampliamento del mercato arriverà soprattutto dai consumi dei paesi emergenti, l'aumento dei ricavi è previsto nel 3% l'anno e quello dell'Ebitda del 4,1% da qui al 2013. Questo senza tener conto degli effetti dell'attività di M&A e i programmi di crescita accelerata che riguardano alcuni prodotti "globalizzabili" della casa.
 

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