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La conversione di Ubi per il salvataggio Mps

Ieri la svizzera Ubs è uscita allo scoperto dichiarando di essere salita al 2,164% del Montepaschi. Se pure l’1,52% è detenuto come prestatore, quindi senza diritto di voto, quello di Ubs (che è anche advisor di Siena) è il primo segnale che l’azionariato di Rocca Salimbeni si sta rimescolando in vista dei 2,5 miliardi di ricapitalizzazione che dovrebbe fare uscire l’istituto dalle secche e prepararlo di fatto per un’eventuale aggregazione. Ma con chi? Il boccone di Mps, nonostante capitalizzi ormai 2,14 miliardi, potrebbe essere pesante da digerire, per via della qualità del credito: dall’esame della Bce il Montepaschi è emerso con 2,1 miliardi di deficit patrimoniale ma soprattutto con 3 miliardi di svalutazioni da iscrivere nel quarto trimestre 2014. La pulizia del bilancio dalle sofferenze è essenziale per far ritornare gli investitori sulla banca, scottati dal precedente aumento da 5 miliardi di giugno. Il consiglio dell’11 febbraio farà chiarezza sui numeri, svalutazioni comprese, perché solo una banca senza rischi inespressi potrà essere appetibile per una fusione o acquisizione. In questo caso, la soluzione «italiana» è vista come quella più praticabile. E in prima fila gli analisti danno ancora Ubi Banca. Il passaggio della popolare bresciano-bergamasca a banca spa potrebbe agevolare l’integrazione. L’apertura di Giovanni Bazoli, fino a poco tempo fa vicepresidente di Ubi, alla riforma delle Popolari schiera di fatto parte dei grandi soci (i bresciani ex Banca Lombarda) a favore del cambiamento nella governance che potrebbe agevolare Ubi nel ruolo di aggregatore. Dalla banca ripetono che non ci sono dossier sul tavolo, per la ragione che il Monte è molto grande, forse troppo: una mossa su Siena richiederebbe un aumento di capitale e poi un intervento pesante sul personale. Ubi forse considererebbe con maggior favore l’ipotesi di uno spezzatino che le faccia acquisire pezzi di Mps nel Nordest (l’ex rete Antonveneta) o nel Centro Italia.

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