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La Consulta sulla diffamazione e il carcere per i giornalisti solo nei casi di estrema gravità

Dai benefici penitenziari alla custodia cautelare nei reati sessuali, sino adesso alla diffamazione, è un’altra picconata a qualunque automatismo la decisione con la quale la Corte costituzionale ha cancellato, dopo oltre 70 anni, il carcere obbligatorio da 1 a 6 anni per i giornalisti che diffamino con l’attribuzione di un fatto determinato; ma nel contempo ha conservato la possibilità per i giudici di graduare la reclusione da 6 mesi a 3 anni (in alternativa alla multa non inferiore a 516 euro) nelle diffamazioni che con qualunque mezzo (quindi operate anche su Internet e anche da non giornalisti) risultino di straordinaria gravità perché legate a messaggi d’odio razziale, istigazione alla violenza, e campagne di sistematica diffamazione volte a distruggere la reputazione del bersaglio.

Integrando i diritti tutelati dagli articoli 2 e 21 della Costituzione italiana e dagli articoli 8 e 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, la Corte costituzionale ha modificato il bilanciamento tra libertà di espressione giornalistica e tutela della reputazione: in attesa, nuovamente sollecitata a distanza di 12 mesi trascorsi invano, che sia però il Parlamento a finalmente farsi carico della «necessità di un complessivo intervento in grado di assicurare un più adeguato bilanciamento (che la Corte non ha gli strumenti per compiere)». Soprattutto «alla luce dei pericoli sempre maggiori connessi all’evoluzione dei mezzi di comunicazione», e della «rapidissima e duratura amplificazione» dei social e dei motori di ricerca.

Il solco è dunque quello tracciato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo ben prima dei casi italiani di Belpietro, di Sallusti e dell’avvocato ex consigliere comunale e ex presidente siciliano di Legambiente Giuseppe Arnone, proprio ieri rimesso in libertà ad Agrigento (in attesa a settembre delle motivazioni della Consulta) mentre stava scontando in carcere un cumulo di pene per diffamazione. Sin dalla sentenza «Cumpana e Mazare contro Romania», riguardante nel 2004 la condanna di due giornalisti rei di false accuse di corruzione a un giudice, Strasburgo nel carcere per i giornalisti, e persino nelle multe se sproporzionate rispetto ai redditi, ravvisa in linea di massima una «ingerenza nella libertà di espressione» perché hanno effetto dissuasivo («chilling effect»): tuttavia questa ingerenza — misurabile su veridicità, forma, pubblico interesse — può essere ammessa a condizione che sia prevista dalla legge, giustificata da uno dei previsti «scopi legittimi», e «necessaria in una società democratica» per raggiungere quello scopo. Condizioni che Strasburgo tende a riconoscere solo alla diffusione di discorsi d’odio («hate speech») o di istigazione alla violenza: ancora l’anno scorso, ad esempio, nella sentenza «Beizaras e Levickas» su utenti di Facebook che avevano postato auguri di morte a due omosessuali fotografati mentre si baciavano, la Cedu ha condannato la Lituania nel presupposto che, pur essendo le sanzioni penali solo extrema ratio, lo Stato avesse l’obbligo di introdurle contro i discorsi di incitamento all’aggressione fisica e morale.

La Corte

Monito al Parlamento: ora ridisegnare le norme con un più efficace bilanciamento

Ora la palla ripassa al Parlamento, peraltro restìo ad arginare le «liti temerarie» (volte solo a intimidire i giornalisti) con la condanna del querelante a pagare pegno in caso di sentenza di totale infondatezza della denuncia. Nel frattempo, se si guarda la decisione della Consulta con la lente del piccolo cabotaggio quotidiano, non è detto che nel cambio i giornalisti ci guadagnino: la cancellazione del carcere sino a 6 anni reca con sé la perdita del filtro dell’udienza preliminare; e la citazione diretta a giudizio del giornalista, operata dal pm, potrà andare a un giudice onorario anziché togato.

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