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La Consulta salva i maxi stipendi pubblici

Niente tagli agli stipendi «ricchi» della pubblica amministrazione: nelle stesse ore in cui i travet fanno i conti con una legge di stabilità che blocca i contratti fino al 2014, i piani alti delle dirigenze salvano dal colpo di scure i loro redditi, quelli oltre i 90 mila euro annui. Una sentenza della Corte Costituzionale ha giudicato «illegittimi » i tagli alle retribuzioni pubbliche previsti dalla manovra economica 2011-2012, (decreto 78/2010 firmato dal governo Berlusconi-Tremonti), perché considerati responsabili di un «irragionevole effetto discriminatorio». La questione riguarda una sorta di contributo di solidarietà chiesto alle categoria per soccorrere i conti pubblici: per i dirigenti era previsto un taglio del 5 per cento per i redditi fra i 90 mila e 150 mila euro annui e del 10 per cento sulla quota dai 150 mila in su; ai magistrati veniva negato invece il pagamento di anticipi, conguagli e acconti da distribuire fra il 2011 e 2015. Tasse contestate attraverso diversi ricorsi al Tar e ora annullate. I provvedimenti, secondo una prima stima della Cgil, interessano centomila fra magistrati e manager pubblici: si va dai professori universitari a buona parte della magistratura, dai primari agli aiuto-primari con anzianità retributiva, da una parte della dirigenza scolastica a quella statale. Considerato che i provvedimenti, fin qui, hanno decurtato i redditi di circa 2 mila euro medi a persona, la stima del mancato taglio, secondo i sindacati si aggira sui 2 miliardi (secondo l’Anief sarebbero 8). «Somme che lo Stato, a meno che non spuntino nuove decurtazioni, dovrebbe restituire» avverte Michele Gentile, responsabile della funzione pubblica per la Cgil. «La sentenza è inattaccabile – spiega – perché il contributo di solidarietà, così definito, discriminava una categoria. E’ giusto introdurlo, ma deve essere uguale per tutti, valere per il pubblico come per il privato e colpire anche i redditi non da lavoro: i testi devono poter superare l’esame della Corte».
Non sempre è così: «Anche la norma della legge di stabilità che dimezza la copertura per i permessi della 104 si presta a
ricorsi – assicura – il taglio alla retribuzione dei giorni di permesso e previsto solo per i dipendenti pubblici e solo per la cura dei genitori, non vale se l’assistenza è prestata al coniuge, al figlio o a se stessi». La tutela riservata agli alti stipendi ha però già acceso le polemiche: «Sentenza ineccepibile, ma il cittadino non capisce: per gli esodati non c’è una soluzione, però s’interviene su norme che limitavano gli stipendi » commenta il presidente del Senato Fini. La Lega chiede che intervenga il Quirinale.

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