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La consegna dei dati non è più reato federale: Berna autorizza la collaborazione diretta con le Entrate

Gli impianti di ricupero e di riciclaggio stanno chiudendo i cancelli. Gli inceneritori respingono i camion pien di combustibile prezioso per le case teleriscaldate. Le discariche rifiutano i carichi di spazzatura non certificata. E all’estero — in Svizzera e in Germania, per esempio — già pregustano i fatturati generosi che frutterà loro la nuova norma italiana entrata in vigore la settimana scorsa per quella che pare una svista non casuale. Al ministero dell’Ambiente stanno cercando una soluzione: difficilmente una circolare, difficilmente un decreto legge; più probabilmente una proroga da inserire in qualche norma in fase emanazione.
Si tratta della nuova norma sulla classificazione dei rifiuti contenuta nella legge Competitività entrata in vigore l’altro giorno: se non si può dimostrare con analisi accurate che sono innocui, tutti i rifiuti delle attività economiche (“speciali”) diventano automaticamente ”pericolosi”. Devono essere trattati nei pochi impianti disponibili in Italia a caro prezzo, oppure devono essere caricati sui camion per essere esportati.

 

Costi moltiplicati per dieci
In queste condizioni ci sono (come specifica l’articolo di Paola Ficco sul Sole 24 Ore del 18 febbraio) due terzi dei rifiuti speciali.
In quantità, si tratta di 80 milioni di tonnellate su circa 120 milioni, e una parte dei rifiuti urbani (che in tutto sono 32 milioni di tonnellate). Cioè, con una stima approssimativa, un centinaio di milioni di tonnellate sui 160 milioni prodotti ogni anno in Italia. Impossibile calcolare i costi, ma si parla di tariffe anche 10 volte tanto.

 

L’armadio e i popcorn
Qualche esempio? I casi sono mille. Il responsabile di un’azienda toscana di raccolta della spazzatura cita «il vecchio armadio sgangherato della cameretta dei bambini: è legno-e-basta (codice 200138, come era classificato fino alla settimana scorsa) oppure è legno contaminato da impregnanti pericolosi (codice 200137)?» E poi la tuta del benzinaio imbrattata di lubrificante. Il barattolo vuoto della pittura usata per verniciare la bicicletta. La terra scavata per riparare il tubo del gas. I calcinacci del muratore. I residui dei popcorn che le sale cinematografiche ramazzano a chili sotto le poltroncine. Chi può garantire quali dei 300mila composti chimici (innocui e no) sono contenuti in questi rifiuti? Nessuno.

 

Rispediti al mittente
Così gli impianti di smaltimento, soprattutto quelli pubblici che hanno ispezioni continue sui loro adempimenti burocratici, nell’incertezza del controllo libraceo rispediscono al mittente il carico di spazzatura che non è stato classificato dalle analisi chimiche. Gli impianti per i rifiuti pericolosi — pochi, strapieni e cari — invece accettano con mille cautele l’armadio sgangherato dei bambini, le briciole di popcorn e le bombolette per colorare la bici agli stessi prezzi con cui trattano l’amianto più cancerogeno e le diossine più temibili.

 

La beffa all’Europa
E c’è un altro risvolto beffardo. Questa legge — il cui inventore, si dice, è un superconsulente delle procure più battagliere d’Italia — distrugge un sistema in un battibaleno ma sparirà il 31 maggio perché il 1° giugno entrerà in vigore la nuova normativa europea.

 

Il commento delle imprese
«Le nostre imprese — osserva la Confindustria — sono chiamate, dal 18 febbraio, a rivedere le modalità di classificazione e gestione dei rifiuti con modalità più gravose rispetto a quelle precedentemente vigenti e in contrasto con quelle europee che saranno applicabili dal 1 giugno». Le nuove norme nazionali hanno infatti causato un aumento ingiustificato della quantità di rifiuti pericolosi, «con conseguenze in termini di aumento dei costi, di procedure, e di riduzione di capacità impiantistica a livello nazionale».
Filippo Brandolini, presidente della Federambiente, l’associazione delle aziende di nettezza urbana, cerca una soluzione condivisa: «Auspico che il ministero dell’Ambiente riesca ad anticipare il prima possibile la nuova normativa europea, per cancellare questa norma inapplicabile».
Suggerisce un esperto del ministero dell’Ambiente: sarebbe bastato aggiungere al testo approvato dal Parlamento un provvedimento tecnico che, per rifiuti di cui non si conosce la provenienza o il contenuto. stabilisse i parametri fondamentali da cercare per stabilirne la pericolosità.

 

Mano libera agli abusivi
C’è da giurare che di fronte a tante aziende corrette i pochi scorretti (pochi, ma sempre troppi) si comporteranno come le microimprese abusive che in Campania hanno gettato nella “terra dei fuochi” i loro rifiuti non registrati. Basta pensare a tutto il mondo sommerso della microedilizia — è un esempio fra tanti — i cui camioncini pieni di calcinacci fino alla settimana scorsa scaricavano nella discarica comunale a tariffe civili e urbane; oggi spesso vagano senza trovare un’alternativa al bordo dei fossi. «Le microdemolizioni rappresentano circa il 40% del mercato», afferma un’azienda privata del settore rifiuti.
Non a caso il Parlamento sta cercando di rimediare all’errore-orrore che ha commesso. I deputati Ermete Realacci, Piergiorgio Carrescia e Chiara Braga (Pd) hanno firmato un ordine del giorno in cui chiedono al Governo di non punire chi smaltisce correttamente, ma secondo le vecchie regole, i rifiuti diventati pericolosi da un giorno all’altro.

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