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La confisca non cede il passo

Il sequestro per equivalente conseguente al delitto di omesso versamento dell’Iva è legittimo anche in presenza di sospensione della cartella da parte della commissione tributaria. A precisarlo è la terza sezione penale della Corte di cassazione con la sentenza 9578/13 depositata il 28 febbraio 2013.
A un società giungeva una cartella di pagamento per omesso versamento dell’Iva dovuta in base alla dichiarazione dell’anno 2009. Poiché la somma in questione era di gran lunga superiore alla soglia di punibilità (pari a 50mila euro) prevista dall’articolo 10 ter del Dlgs 74/2000, il contribuente veniva segnalato alla Procura della Repubblica che disponeva il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente di due immobili dell’impresa e di altre proprietà del rappresentante legale.
Sul versante tributario, la società otteneva dalla Commissione tributaria provinciale adita la sospensione dell’esecutività della cartella.
Relativamente, invece, alla parte penale, il contribuente si appellava, avverso la misura cautelare sui beni, al tribunale del riesame affinché fosse annullato il provvedimento di sequestro. Il Tribunale della Libertà respingeva la richiesta e veniva così proposto ricorso per Cassazione.
In sintesi, secondo il contribuente, il provvedimento non poteva essere emesso in quanto era stata disposta la sospensione della cartella da parte della Commissione tributaria. Ne conseguiva che il mancato versamento delle somme era l’effetto dell’ordinanza emessa dai giudici tributari.
La Suprema Corte ha ritenuto infondate le doglianze e ha quindi confermato il provvedimento cautelare.
Infatti, la sospensione dell’esecutività concessa dalla Commissione tributaria provinciale non concretizzava un annullamento del debito e, conseguentemente, rimaneva inalterato l’obbligo del (futuro) adempimento.
Proprio per questa ragione si erano ritenute necessarie le misure di “garanzia” adottate, tanto più che il contribuente non aveva provveduto a pagare o quantomeno non aveva provveduto ad accantonare le somme pretese dall’Erario.
La condotta tenuta della società palesava, secondo i giudici di legittimità, «la consapevolezza e la volontà di omettere il versamento dell’Iva», a nulla rilevando che, nelle more, fosse intervenuta la sospensione concessa dalla Commissione tributaria provinciale.
Infatti solo qualora all’esito del giudizio di merito il reato fosse venuto meno, ovvero la stessa avesse pagato le somme richieste, la confisca non avrebbe avuto ragion d’essere.
Vi è, peraltro, da osservare che, nel caso specifico, il delitto contestato, per il quale chiunque non versa l’Iva dovuta in base alla dichiarazione annuale per importi superiori a 50mila euro, entro il termine per il versamento dell’acconto relativo al periodo d’imposta successivo, è punito con la reclusione da sei mesi a due anni, si consuma non già con l’omesso pagamento della cartella, ma molto tempo prima (scadenza dell’acconto relativo al periodo successivo a quello in cui è avvenuta l’omesso versamento).
Ne consegue che, all’atto della ricezione della cartella, il reato era già stato consumato e, nonostante la sospensiva concessa dalla Commissione tributaria provinciale, se il contribuente avesse voluto evitare il sequestro avrebbe comunque potuto onorare il proprio debito.

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