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La condanna cinese. Crescere senza sosta

La Cina è entrata nel 13° Piano quinquennale che prevede, tra il 2016 e il 2020, una crescita annua media non inferiore al 6,5 per cento. Se tutto andrà secondo la volontà del Partito-Stato, il Prodotto interno lordo, che nel 2015 è stato di 67,7 trilioni di yuan (10.380 miliardi di dollari), salirà nel 2020 a 92,7 trilioni di yuan (14.200 miliardi di dollari). In tal caso, in soli cinque anni la Cina avrà creato nuova ricchezza pari al valore attuale della Germania: 3.820 miliardi di dollari.

Riequilibri in corso

Splendido, sulla carta. Però i pianificatori di Pechino stanno affrontando, tra non poche contraddizioni, il riequilibro del sistema economico. La Cina ha fondato il suo miracolo su un’industria manifatturiera orientata alle esportazioni, spinta con investimenti enormi (debito); ora questa industria pesante è gravata da eccesso di capacità produttiva soprattutto nel settore delle aziende di proprietà statale, i salari sono saliti rendendo i prodotti meno competitivi e, per diventare «moderatamente prospera», come amano dire i dirigenti comunisti, la società cinese dev’essere convertita in mercato maturo di consumi interni e servizi.

Il primo ministro Li Keqiang ha ammesso che la riforma sarà dolorosa: «Non si tratta di limarsi le unghie, ma di affondare il coltello nella carne», ha detto più volte. La Cina è nel guado e sta rallentando. Ma presentando il 13° Piano quinquennale ai delegati dell’Assemblea del Popolo, Li Keqiang ha rimesso il coltello nel fodero e ha negato che ci saranno centinaia di chiusure e licenziamenti di massa come negli anni Novanta. Basterà gestire con la consueta sapienza la «nuova normalità», con fusioni e consolidamento per costituire campioni nazionali.

Incertezze

Nel mondo globalizzato questo piano ha creato inquietudine e dubbi. Il rallentamento fa paura, perché la crescita cinese ha rappresentato in questi anni difficili circa il 30 per cento di quella mondiale. Ma allarma anche l’obiettivo di mantenere una crescita medio-alta del 6,5% l’anno fino al 2020. «Abbiamo ascoltato la promessa di un processo di riforma indolore, senza bancarotta per le industrie improduttive, senza licenziamenti di massa e senza una liberalizzazione radicale del settore dei servizi», ha detto all’agenzia Bloomberg Michael Every, capo dell’ufficio ricerca finanziaria di Rabobank a Hong Kong. «Non si può avere crescita al 6,5% e riforme indolori insieme, neanche in Cina, è incredibile», giudica Gavekal Dragonomics.

Li Keqiang, però, sostiene che «è impossibile fallire l’obiettivo» e parla di «politiche di riserva», di «misure innovative di macro-controllo» studiate per eventuali emergenze. Intanto, ancora investimenti in infrastrutture: la Cina, che già oggi con 20 mila chilometri di ferrovie ad alta velocità è prima al mondo, progetta di costruirne altri 10 mila chilometri per arrivare a un totale di 30 mila a fine 2020, con l’80 per cento delle sue grandi città collegate.

Insomma, ascoltate da Pechino, le critiche e le perplessità di questi analisti suonano come una ingiustificata condanna doppia: Cina condannata a crescere per non deprimere il mondo globalizzato e obbligata a seguire teorie economiche classiche che prevedono ricette drastiche.

Redditi «pro capite»

Secondo queste teorie basate sulla storia, la Cina è entrata nella fase che gli economisti definiscono «trappola del reddito medio»: il punto dopo il quale i Paesi emergenti perdono il vantaggio competitivo nell’esportazione di prodotti industriali a causa soprattutto dell’aumento del costo del lavoro. E così il loro reddito pro capite resta intrappolato tra i 10 e gli 11 mila dollari all’anno. La Cina ha un Pil pro capite di circa 7.800 dollari l’anno (sono 55 mila negli Usa e 36 mila in Giappone). Secondo la Banca mondiale, solo 13 dei 101 Paesi e regioni entrati nello stadio del reddito medio a partire dagli anni Sessanta sono sfuggiti alla trappola. Li Keqiang dice che Pechino si salverà, ma intanto il governo pensa di congelare per due anni il salario minimo.

Teorie

C’è un altro rischio, il «Momento di Minsky»: è una teoria elaborata dall’economista post-keynesiano Hyman Minsky (1919–1996).

In estrema sintesi prevede il caso che un’economia sia arrivata al punto in cui gli imprenditori che prendono denaro in prestito per gli investimenti abbiano ritorni industriali insufficienti per restituire il debito o pagarne gli interessi e quindi siano costretti o a ottenere altri prestiti o a vendere asset per galleggiare.

Oggi in Cina ci sono centinaia, migliaia di imprese statali in questa condizione, lo stesso governo cinese le chiama «Aziende Zombi», perché vengono sostenute solo per pagare gli interessi sul debito. Ma Li Keqiang, a quanto sembra, non vuole più affondare il coltello: l’anno scorso abbiamo creato 13 milioni di posti di lavoro e ne avremo 50 milioni di nuovi nelle nostre città nei prossimi cinque anni, ha detto. Il settore dei servizi dovrebbe fare da traino. Promessa finale: un anno in più di aspettativa di vita per 1,42 miliardi di cinesi nel 2020.

Se il 13° Piano quinquennale funzionerà, bisognerà rivedere anche la teoria di Minsky.

Guido Sant

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