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La conciliazione ritorna in agenda

Si riapre la partita della conciliazione. Mentre ancora si attende il deposito delle motivazione della sentenza con cui la Corte costituzionale ha giudicato illegittima la disciplina sotto il profilo dell’obbligatorietà del tentativo e per eccesso di delega, il Senato prenderà a breve posizione. L’emendamento al decreto legge sviluppo che in un primo tempo era stato bocciato come inammissibile è rispuntato come proponibile e verrà posto al voto tra martedì e mercoledì. Un emendamento che reintroduce di fatto l’obbligatorietà del tentativo di mediazione nelle materie già individuate, ma lo circoscrive allo status di esperimento, fissando un limite temporale al 2017. Dopo quella data si farebbe una verifica per constatare, dati alla mano, se conservare ancora l’obbligatorietà oppure limitarla, oppure ancora sopprimerla del tutto.
A completare la proposta di correzione si prevede l’intervento dell’avvocato quando il mediatore formula una proposta di accordo. Una presenza che trova giustificazione se si tiene conto delle conseguenze che il rifiuto della proposta può avere nel successivo giudizio in tribunale.
La mossa del Senato mette di certo in imbarazzo il ministero della Giustizia. Che sembra orientato a dare un parere favorevole all’emendamento previa una sua riformulazione. Parere di massima favorevole non fosse altro che per non sconfessare quanto lo stesso ministero sia nell’amministrazione Alfano (“padre” della mediazione obbligatoria) sia, in fondo, nella stessa amministrazione Severino ha nei fatti sostenuto. E, cioè, che l’elemento dell’obbligatorietà è un cardine per far partire e funzionare un istituto che altrimenti stenterebbe troppo.
Ma la necessità di pronunciarsi sull’emendamento, a meno di qualche ulteriore escamotage regolamentare, mette all’angolo anche le forze politiche. Alle quali è ora richiesto di esprimersi in maniera chiara su una questione dirimente. Anche perché è vero che la sentenza della Corte costituzionale, per ora solo annunciata, è stata di bocciatura, ma l’annuncio del motivo di illegittimità (eccesso di delega) sembrerebbe lasciare aperta la strada per un intervento dallo stesso contenuto ma dalla forma diversa.
Intanto, gli avvocati, all’annuncio della decisione sulla proponibilità dell’emendamento, si sono immediatamente sollevati. Il presidente dell’Oua, Maurizio de Tilla, che della guerra alla conciliazione obbligatoria ha fatto uno degli elementi caratterizzanti del mandato, ha sottolineato come «il Senato deve dire no a questo colpo di mano, l’emendamento presentato dal senatore Ghigo, dichiarato ammissibile, fa tabula rasa della decisione della Consulta, ma anche della disponibilità al dialogo e a trovare soluzioni concrete avanzate dall’avvocatura al ministro Severino. Riporta le lancette indietro, rimettendo in corsa un sistema fallimenare negli esiti e ancora sub judice della decisione della Corte di Giustizia Europea».
E poi de Tilla attacca il business della mediazione: «Troppi interessi girano attorno a questo business, è evidente. Il Parlamento con autonomia non deve cedere a queste lobby, altrimenti gli avvocati ritorneranno in piazza per difendere la Costituzione. Pronti a dichiarare altri dieci giorni di sciopero».
Attacco cui replica il Forum degli organismi di mediazione che pochi giorni fa ha portato la protesta davanti al Parlamento: «Soltanto chi ha a cuore i propri interessi – attacca il Forum – e non gli interessi dei cittadini italiani può invitare gli avvocati a mobilitarsi contro il Governo e il Parlamento, che vogliono la reintroduzione della mediazione obbligatoria, minacciando dieci giorni di sciopero, con l’effetto di ingolfare ancora di più il sistema della giustizia italiana. Il Parlamento e il Governo stanno agendo nel rispetto dei loro diritti costituzionali».

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