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La conciliazione peserà sulla decisione del giudice

di Claudio Tucci

ROMA
Può influire sull'accollo delle spese processuali. Ma anche, ed è una novità rispetto alla disciplina attuale, sulla determinazione dell'indennità risarcitoria (da un minimo di 12 a massimo di 24 mensilità) in caso di risoluzione del rapporto di lavoro decisa dal giudice.
Il tentativo di conciliazione, che il Ddl Fornero ripristina in via preventiva e obbligatoria prima di intimare un licenziamento economico, enfatizza il «comportamento complessivo delle parti». Prevedendo che, d'ora in avanti, l'atteggiamento che lavoratore e datore di lavoro terranno davanti alla Direzione territoriale del lavoro possa essere valutato dal giudice. Un comportamento, evidenzia l'articolo 13 del Ddl Fornero trasmesso ufficialmente ieri al Senato, che il magistrato può desumere anche «dal verbale redatto in sede di Commissione provinciale di conciliazione e dalla proposta conciliativa avanzata dalla stessa Commissione».
Datore di lavoro e lavoratore "licenziando" dovranno quindi stare attenti a non rifiutare tentativi "equilibrati" di composizione bonaria della crisi, o fare ostruzionismi esasperati, o, ancor peggio, manifestare insofferenza verso la conciliazione per arrivare il prima possibile davanti al Tribunale. Duplice infatti è la penalizzazione che potrà derivarne: l'aggravio delle spese processuali per una delle due parti. O, ancor più incisivo per il lavoratore, un minor numero di mensilità di indennizzo che il magistrato può accordargli.
A spingere invece il datore di lavoro a non "dimenticarsi" di comunicare alla Direzione territoriale del lavoro l'intenzione di procedere a un licenziamento economico individuale è anche la declaratoria di «inefficacia» del licenziamento eventualmente intimato, visto che adesso la procedura di conciliazione obbligatoria rappresenta «una condizione di procedibilità» del licenziamento, ha spiegato Marcello Giustiniani, giuslavorista dello studio «Bonelli Erede Pappalardo» di Milano. In questi casi – se il cioè il licenziamento arriva comunque davanti al giudice, senza aver tentato la conciliazione – possono accadere due cose, ha aggiunto Giustiniani: «Che l'azienda paghi comunque un'indennità ridotta tra le 6 e le 12 mensilità. Ma se ricorrono anche i giustificati motivi oggettivi gravi si può arrivare anche al reintegro».
Per Giustiniani poi l'aver reintrodotto (rispetto al "collegato lavoro" 2010) la conciliazione preventiva e obbligatoria per i licenziamenti economici «potrebbe essere una buona idea per scoraggiare il contenzioso, sulla falsariga di quanto avviene in Germania. Ma bisogna correggere almeno due criticità della normativa targata Fornero. La prima, è una procedura ancora troppo complicata (quando invece gli investitori esteri chiedono regole più semplici). E la seconda è che sarebbe stato opportuno individuare nel giudice (e non nei funzionari della Direzione territoriale del lavoro, che possono non avere le competenze tecnico-giuridiche che queste materie richiedono) l'organo terzo per gestire (e indirizzare) l'intera fase della conciliazione».
«In passato le composizioni stragiudiziali delle liti di lavoro (compresi i licenziamenti) avvenivano alla prima udienza davanti a un magistrato. O erano frutto di carteggi tra gli avvocati delle due parti», ha ricordato Stefano Salvato, giuslavorista di Roma. E anche dopo che il "collegato lavoro" del 2010 ha reso facoltativa la conciliazione per le controversie di lavoro le Direzioni territoriali del lavoro sono rimaste poco frequentate. «Questo perché la conciliazione è frutto di un lavoro preparatorio dei legali – ha sottolineato Salvato – e non credo che l'averla resa ora obbligatoria farà aumentare le composizioni stragiudiziali delle liti».
La nuova normativa sulla conciliazione obbligatoria è giudicata positivamente dal giuslavorista Giacinto Favalli: «Ma purché sia utilizzata correttamente da entrambi le parti». Favalli ha spiegato che l'articolo 13 del Ddl Fornero non prevede, nel caso di esito negativo della conciliazione, che l'effetto del licenziamento retroagisca al momento in cui il datore di lavoro avvia la procedura. Una modifica invece necessaria. Che evita che un lavoratore (simulando per esempio una malattia) impedisca al licenziamento di avere effetto e di estinguere il rapporto di lavoro.
Di qui l'invito di Favalli «a innescare un meccanismo virtuoso anche tra medici e giudici. Se non si vuole che le nuove regole, che sono positive, facciano invece un buco nell'acqua».
La nuova procedura di conciliazione prevede un atto d'impulso da parte dell'azienda che deve comunicare l'intenzione di licenziare alla Direzione territoriale del lavoro del luogo dove il lavoratore presta la sua opera (e informare per conoscenza l'interessato). Nella comunicazione il datore deve dichiarare l'intenzione di procedere al licenziamento per motivo oggettivo e indicare i motivi del licenziamento medesimo e le eventuali misure di assistenza alla ricollocazione del lavoratore interessato. Spetta poi alla Direzione del lavoro, entro 7 giorni, convocare le parti (che possono essere assistiti dal sindacato, un avvocato, un consulente del lavoro). La procedura si conclude, di norma, entro 20 giorni. Se fallisce il datore di lavoro può intimare il licenziamento. Se invece la conciliazione ha esito positivo e prevede la risoluzione consensuale del rapporto di lavoro il lavoratore ha diritto all'Aspi e può essere affidato a un'agenzia per il lavoro al fine di favorirne la ricollocazione professionale.

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