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La conciliazione alla Consulta

di Giovanni Negri

Un round all'avvocatura nel match contro la conciliazione. Ieri un'ordinanza del Tar del Lazio ha rinviato alla Corte costituzionale, non giudicandole palesemente infondate, alcune delle questioni di legittimità, ma su norme chiave, sollevate dall'Oua sul decreto legislativo che disciplina il tentativo obbligatorio di mediazione. Effetti pratici per ora nessuno, visto che non esiste un vincolo di sospensione dei procedimenti di conciliazione in corso e di quelli futuri per effetto di un rinvio alla Consulta. Di certo però, tutto il meccanismo predisposto sinora, da poche settimane in vigore, entra in una fase in profonda incertezza, in attesa del verdetto della Corte costituzionale destinato ad arrivare però solo tra alcuni mesi.

Le disposizioni del decreto legislativo n. 28 del 2010 sulle quali il Tar solleva dubbi e perplessità sono cruciali nel sistema del ministero della Giustizia: vengono infatti censurati la previsione del tentativo di conciliazione come condizione di procedibilità e l'affidamento a enti pubblici e privati della costituzione di organismi di mediazione. Sotto esame finisce la corrispondenza tra le misure del decreto e quelle stabilite dalla delega contenuta nella legge n. 69 del 2009 (articolo 60).

In particolare, sottolinea il Tar, oltre a una discutibile estensione di quanto previsto dalla direttiva comunitaria sulle controversie transfrontaliere, a non convincere c'è la mancata corrispondenza tra quanto scritto nella delega che prevedeva la disciplina della futura mediazione nel contenzioso civile attraverso l'estensione della conciliazione societaria. Che però si distingue per un elemento fondamentale e cioè la volontarietà del tentativo per effetto del contratto o dello statuto sociale. La mediazione commerciale cioè «delinea dunque una fattispecie nella quale l'esistenza di un modulo normativo di composizione delle controversie alternativo alla giurisdizione, di cui l'interessato non si sia avvalso, nè pospone de iure il suo diritto di difesa in giudizio, nè lo rende, eventualmente, inutilter esercitato come invece fanno le prime tre disposizioni del comma 1 dell'articolo 5 del decreto legislativo 28/2010».

Inoltre, è la stessa informativa che l'avvocato deve rendere al cliente a eccedere quanto stabilito dalla delega. Quest'ultima infatti affida all'avvocato il compito di avvisare della possibilità e non dell'obbligo di risolvere in via stragiudiziale la controversia. Il decreto delegato, invece, infligge la stessa sanzione e cioè l'annullabilità del contratto tra avvocato e assistito a entrambe le ipotesi.

Inoltre per il Tar le norme contestate «risultano in contrasto con l'articolo 24 della Costituzione, nella misura in cui determinano, nelle considerate materie, una incisiva influenza da parte di situazioni preliminari e pregiudiziali sull'azionabilità in giudizio di diritti soggettivi e sulla successiva funzione giurisdizionale statuale, su cui lo svolgimento della mediazione variamente influisce. Ciò in quanto esse non garantiscono, mediante un'adeguata conformazione della figura del mediatore, che i privati non subiscano irreversibili pregiudizi derivanti dalla non coincidenza degli elementi loro offerti in valutazione per assentire o rifiutare l'accordo conciliativo, rispetto a quelli suscettibili, nel prosieguo, di essere evocati in giudizio».

 

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