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“La compagnia può voltare pagina pronti 1,2 miliardi di investimenti”

Maurizio Lupi ha vissuto la non-stop con i sindacati di Alitalia fino a notte inoltrata. Alla fine, sulla proposta del governo non c’è ancora il via libera della Cgil che nelle prossime 48 ore dovrà sciogliere la propria riserva.
Ministro, manca la firma di Susanna Camusso. C’è il rischio di veder naufragare la trattativa proprio all’ultimo ostacolo?
«Diciamo che Etihad ha chiesto l’accordo sindacale, non l’unanimità sindacale. Quindi mi aspetto che di fronte a un documento siglato dall’80% dei lavoratori, di fatto tutte le altre confederazioni e associazioni ad esclusione, al momento, di Cgil e Usb, James Hogan prenda atto che questo passaggio è completato. Certo, sarebbe meglio avere il cento per cento dei dipendenti favorevoli ma aspettiamo ancora qualche ora. Sono certo che la Cgil farà una profonda riflessione su tutta la questione».
La trattativa sugli esuberi è stata lunga e molto dolorosa. E’ stata Etihad a chiedere all’inizio con decisione questi tagli?
«Questo è un punto sul quale vorrei fare chiarezza. Etihad vuole solo avere la certezza della forza lavoro con la quale iniziare un percorso difficile ma che va verso il rilancio della compagnia italiana. Non si sta lavorando per comprimere i dipendenti ma, al contrario, per poter assumere molte altre persone tra la nuova Alitalia, Etihad e l’indotto. La riprova ce l’abbiamo sotto gli occhi».
Qual è?
«Il problema non era cacciare via la gente per risparmiare, ma proporre un progetto industriale di ampio respiro nel quale una grande azienda internazionale vuole investire in maniera importante. Questo progetto è ambizioso e ci convince pienamente».
Ci dica allora dove Etihad si è mostrata più morbida. O dove ha accettato di dialogare senza porre aut aut.
«Prendiamo la questione degli assistenti di volo: 250 persone che in un primo tempo erano incluse nella lista degli esuberi. In questo caso Etihad ha ritenuto di procedere verso il mantenimento dei posti attraverso contratti di solidarietà. Altro esempio i 100 piloti e i 100 tecnici che andranno verso la compagnia del Golfo e non saranno esclusi. Ma c’è di più. Anche la manutenzione che oggi si svolge all’estero, Hogan poteva chiedere di spostarla altrove. Magari sempre fuori dai nostri confini o nella stessa Abu Dhabi. E invece no: la manutenzione tornerà da noi a Roma. Verrà spostata da Israele e riportata in Italia alla Atitech, con altri 200 lavoratori che salveranno il proprio posto. Ecco perché questo non mi sembra affatto un progetto che vuole tagliare e risparmiare, ma che punta deciso al successo con una ulteriore espansione della flotta e dei dipendenti».
Ci spieghi, come mai tanta resistenza su cigs e mobilità da parte del nuovo padrone?
«Non è una questione di voler negare questi strumenti per un mero ragionamento di trincea. Ma unicamente per avere una ripartenza seria. Con la certezza dei numeri dai quali poter rilanciare Alitalia che, ricordiamolo, non era certo in condizioni ideali per dettare i tempi e le modalità della trattativa. Il tema sul tavolo era se mandare a casa 3mila o 5mila persone. Oppure anche tutte le 13mila unità presenti in azienda più l’indotto. Sarebbe stato un dramma. Oggi per fortuna la nuova compagnia mette sul piatto 1,2 miliardi di euro tra capitale e investimenti, non sono pochi».
Avete dei numeri, o delle previsioni, di quanto possa crescere il mercato del trasporto aereo con l’arrivo di Etihad in Italia?
«Secondo una ricerca che ci è stata comunicata da Enac nella sola area di Fiumicino potrebbero esserci da qui al 2015 fino a 1.500 nuove assunzioni di personale non solo in Alitalia ma anche in altri vettori e nell’indotto».
Nei prossimi mesi il governo che farà?
«Abbiamo già una data: il 17 settembre è fissato un primo incontro sullo stato del lavoro e dell’accordo. Per questo credo che nessuno possa avere l’alibi per poter impedire il primo grande investimento di questo tipo dall’estero nel nostro Paese. E al quale sono certo ne seguiranno altri».
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