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E la Commissione si spacca in due sul destino di chi ha i bond

Ore agitate per i commissari della Consob chiamati ad approvare la riapertura dell’offerta di conversione in azioni dei bond subordinati Mps. Sono chiamati a dire sì o no a una versione leggera della direttiva europea sul “bail in”, poiché aumenta il profilo di quanti a suo tempo prestarono denaro alla banca senese, e denaro rivorrebbero. Ma con la nuova offerta di scambio in partenza i bond diventeranno azioni. Anche i 2,1 miliardi della scadenza 2018, già rischiosi di loro e venduti incautamente ai correntisti Mps nel 2008. Allora Consob approvò un prospetto di 52 pagine zeppe di rischi, in cui si scriveva che la quotazione sarebbe rimasta «tendenzialmente a 100» (ieri, 53).
Quell’operazione fatta per finanziare la disastrosa acquisizione di Antonveneta fu un errore nell’errore, come il management senese sa da anni. Tanto che a metà del 2013 due dirigenti, intercettati negli atti dell’inchiesta di Siena, si scambiavano questa confidenza: «Ora tu dimmi col casino che andremo incontro in futuro sulle cedole se era il caso di riempire i clienti con 2 miliardi di bond che facemmo su Antonveneta». «Pazzesco. Ma chi gliel’ha data, come s‘è originato? Che ne so! Son quelle cose che come al solito la politica commerciale se ne va per i cavoli suoi». Misteri dolorosi della distribuzione bancaria. Ora l’errore viene al pettine e non c’è all’orizzonte un happy end. Nella prima offerta di scambio bond-azioni da 4,3 miliardi il 2 dicembre, fatta per racimolare capitale che non si trova sul mercato malgrado 800 incontri con investitori da luglio, la banca aveva incluso anche i circa 40mila clienti padroni dei 2 miliardi di titoli 2018. Ma dopo un confronto con la Consob fu scelta la modalità di tutela chiamata “adeguatezza bloccante”. Sembra un ossimoro e in parte lo è: significa che i portatori di bond 2018 che non avevano un profilo di rischio adeguato a diventare azionisti (ex direttiva Mifid), pari al 90% del totale, sono stati esclusi dalla conversione. Tuttavia i 5 miliardi di capitale che servono per ripulire il bilancio dai crediti malati non saltano fuori ancora. Così Mps, a una settimana dalla possibile nazionalizzazione per decreto, torna in Consob per ampliare l’offerta. Si presume lo farà con uno scarico di responsabilità per cui i piccoli obbligazionisti firmano per avere le azioni. Del resto, in caso di ingresso dello Stato nel capitale, la conversione sarà forzosa, e a condizioni peggiori: non il 100% in azioni, ma forse il 70-80%. Per la parte residua si andrà ai rimborsi come per i bond di Banca Etruria & C.
E’ molto difficile suggerire cosa fare a chi ha bond senesi. Probabilmente lo pensano anche i quattro commissari Consob, che da mercoledì si affrontano con parole dure e si sono spaccati a metà: chi più favorevole a tutelare il risparmio dai rischi e dai conflitti di interesse (della banca, che può fare una brutta fine se le adesioni resteranno basse), chi più attento alla stabilità del sistema e a evitare che un eccesso di tutela li penalizzi (potrebbero anche guadagnarci diventando soci di un Monte risanato). Nel voto 2 a 2 è passata la linea del presidente Giuseppe Vegas e dell’ex mente di Assonime Carmine Di Noia, contro i pareri di Valerio Berruti e Anna Genovese, di estrazione giuridica e più garantisti. E’ passata, come spesso nel settennato Consob che volge al termine, perché in caso di parità il voto del presidente vale doppio.

Andrea Greco

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