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La Coca Cola si tuffa nella tazzina di caffé con il 30% di Vergnano

«Vedete quanto poco ci vuole per rendere felice un uomo: una tazzina di caffè». Chissà se la famiglia Vergnano, proprietaria dell’omonima azienda produttrice di caffè, ha pensato anche all’infallibile ricetta della felicità di Eduardo De Filippo quando ha deciso di unire le forze con il “mondo” Coca-Cola.Caffè Vergnano ieri ha annunciato un accordo per la distribuzione esclusiva all’estero dei prodotti dell’azienda torinese, che prevede anche la cessione del 30% del capitale della stessa società a Coca-Cola Hbc (che ha base in Svizzera ed è a sua volta partecipata al 23% dal colosso statunitense), azienda che imbottiglia e vende bibite a marchio The Coca-Cola Company. In ogni caso, la governance rimarrà nelle mani della famiglia italiana alla guida da 135 anni. «La firma di questo accordo – commentano Franco e Carlo Vergnano, rispettivamente ad e presidente della società che produce dal macinato alle capsule passando per le caffettiere – è un momento importante per l’evoluzione di Caffè Vergnano». Mentre Carolina, Enrico e Pietro Vergnano, che rappresentano nel cda dell’azienda la quarta generazione della famiglia, richiamando un po’ la famosa ricetta di Eduardo, notano che «il caffè è un rito sociale che attraversa Paesi e continenti. Siamo certi che questa si rivelerà una partnership illuminata per esportare nel mondo i valori dell’autentico espresso italiano».Insomma, con l’accordo (di cui non vengono svelati i dettagli finanziari), Caffè Vergnano, coi suoi 80 milioni di fatturato nel 2020 rispetto agli oltre 95 del 2019, punta su un colosso da 33 miliardi di dollari di ricavi in tutto il mondo, qual è Coca-Cola, per intercettare una clientela molto più ampia, internazionale e per certi aspetti giovane. Non a caso, la società spiega che con l’unione di intenti mira a «rafforzare la presenza del brand fuori dall’Italia, posizionando i suoi prodotti nel segmento premium dell’offerta di Coca-Cola». Non è la prima volta che un’azienda italiana del settore alimentare si affida a un grande gruppo estero: lo hanno fatto, con fortune alterne, i gelati di Grom, che sono approdati nella grande distribuzione con Unilever (che ha rilevato l’intera società) o i prodotti di panetteria di Princi, venduti nelle caffetterie americane di Starbucks. Il vantaggio è appunto la possibilità di moltiplicare i ricavi arrivando a un pubblico vasto e internazionale; il rischio è di perdere un po’ della propria identità, venendo inseriti in un grande ingranaggio che da fuori può essere percepito come poco artigianale.Coca-Cola, che aveva già mostrato un debole per il caffè nel 2019 quando aveva deciso di aggiungerlo alla sua famosa bevanda creando il prodotto “Plus Coffee”, punta sull’irresistibile richiamo esercitato in tutto il mondo dai prodotti alimentari italiani, e dall’espresso in tazzina in modo particolare. Del resto, il caffè, spinto dai consumi domestici, sembra essere uscito dalla pandemia ancora più forte: nel 2020, le vendite nella grande distribuzione sono salite a 1,52 miliardi di euro, in crescita del 3,3% a volumi e del 10,3% a valori per via di prezzi più alti. A spingere, soprattutto i segmenti delle capsule (+27%) e delle cialde (+18%) ma sono cresciuti anche i prodotti solubili (+3,6%) e macinati (+3,4 per cento). E le prospettive appaiono rosee per il mercato mondiale delle capsule in particolare: stime di Reportlinker lo vedono in crescita da 8,3 miliardi di dollari a fine 2019 a 14 miliardi nel 2027, sulle ali delle nuove abitudini di consumo sempre più diffuse negli Stati Uniti.

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