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La clientela deve vigilare sull’incarico del legale

Il cliente deve collaborare con l’avvocato e ha l’obbligo di vigilare sullo svolgimento dell’incarico. Anche per evitare conseguenze negative a se stesso. Se non lo fa, e il difensore sbaglia, non può invocare a propria scusa la scarsa conoscenza della legge, e nemmeno l’affidamento che riponeva nel suo difensore. Lo ha stabilito la terza sezione penale della Corte di cassazione, con la sentenza n. 2757 del 18 gennaio 2013.

Nel caso concreto l’imputato è stato condannato a dieci anni di reclusione con sentenza emessa dal tribunale penale per il reato di violenza sessuale commesso in danno di una minorenne.

Contro la sentenza di primo grado ha proposto appello il difensore dell’imputato.

Ma la Corte d’appello, nel pronunciarsi sulla vicenda, ha rilevato la tardività del ricorso e, per questo motivo, ha dichiarato l’appello inammissibile. Di conseguenza, la sentenza di condanna emessa dal giudice di prime cure è stata confermata.

Il difensore ha tentato, con una successiva istanza, di ottenere la remissioni in termini, ma la corte è stata intransigente. Seconda quest’ultima, infatti, non vi erano gli estremi per concedere una seconda possibilità, posto che le ragioni del ritardo non erano dovute a caso fortuito né a forza maggiore – come noto, considerati gli unici presupposti in presenza dei quali il ritardo può dirsi giustificato ai sensi dell’articolo 175 del codice di procedura penale – ma solo ad una mera dimenticanza del legale.

All’imputato non è rimasto che rivolgersi alla Suprema corte di cassazione alla quale è stato chiesto di annullare la decisione con la quale la corte di secondo grado aveva rigettato la richiesta di rimessione in termini avanzata dallo stesso.

Ai giudici romani è stato evidenziato il duplice errore nella quale si sarebbe imbattuta la corte col negare la richiesta di prosecuzione di giudizio. In primo luogo la corte non avrebbe tenuto in debita considerazione le ragioni del ritardo nella proposizione dell’appello: l’imputato, infatti, già nel corso delle indagini, era stato tradotto in carcere, ciò che gli aveva impedito di controllare se il suo difensore aveva effettivamente proposto l’appello, come da lui richiesto, nei termini di legge. In secondo luogo l’imputato ha fatto notare come in passato la stessa Corte di legittimità avesse dimostrato di essere più comprensiva nei confronti di chi non ha le competenze giuridiche idonee per comprendere la sua situazione processuale: in particolare, citando un precedente giudiziario (sentenza n. 35149/2013), l’imputato ha ricordato come, in quella occasione, la Cassazione aveva accolto una richiesta di rimessione in termini di un soggetto che, a causa della sue scarse conoscenze tecnico-giuridiche, non era stato in grado di monitorare il rispetto delle tempistiche processuali.

Ma la Corte di cassazione, nel caso specifico, è stata di tutt’altra opinione.

Nel dettaglio, secondo i giudici romani, la responsabilità professionale nel quale incorre l’avvocato nel depositare in ritardo l’atto di appello contro la sentenza di condanna non può esimere l’imputato dalla conseguenze che tale responsabilità comporta su di lui. Sul cliente, infatti, «incombe l’onere di vigilare sul corretto svolgimento dell’incarico conferito».

Nell’affermare la sussistenza di un onere di vigilanza del cliente sull’operato del difensore, sia pure nei limiti in cui il controllo sia esercitabile in relazione alle limitate cognizioni tecnico-processuali del cliente e al livello di complessità del procedimento, la Corte di cassazione ha quindi escluso che «l’affidamento riposto da quest’ultimo nello svolgimento del mandato defensionale, possa tradursi, in caso di colpevole errore da parte di questi, in una sorta di esimente per l’imputato, invocando il caso fortuito o la forza maggiore, conseguenti al totale incolpevole affidamento nell’operato del professionista».

In altri termini, l’eventuale inoperosità del difensore non può valere a rendere di fatto l’imputato estraneo alla vicenda processuale che lo interessa, così vanificando l’onere che pur sempre incombe sul medesimo imputato di sorvegliare la puntuale osservanza del mandato conferito al proprio difensore.

Se il difensore non adempie correttamente al proprio mandato il cliente non può, per questo motivo, dirsi estraneo a tutte le conseguenze che tale inadempimento comporta, anche perché gli errori commessi della avvocato, molto spesso, sono prevedibili e quindi evitabili proprio attraverso il controllo dello stesso cliente.

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