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La City parla tedesco nasce la super Borsa Francoforte-Londra dentro anche Milano

Il D-day, questa volta, non ha preso nessuno di sorpresa. Il giorno dello sbarco della Deutsche Boerse nella City di Londra era preannunciato dalle indiscrezioni, se non per ieri per questa settimana; ed era nell’aria da quando, un mese fa, sono cominciate le trattative ufficiali. Con la fusione fra la Borsa di Londra (proprietaria anche della Borsa di Milano) e quella di Francoforte nasce una formidabile alleanza fra le più importanti piazze finanziarie europee. Con un messaggio anche politico: i mercati del continente si uniscono mentre l’Unione europea appare divisa, fragile e rischia di perdere la Gran Bretagna, nel referendum indetto da David Cameron per il giugno prossimo. Non a caso le due parti fanno sapere che il matrimonio si farà anche in caso di Brexit, ossia di uscita di Londra dalla Ue.
L’intesa formalizzata mercoledì mattina produce un colosso europeo da 21 miliardi di euro, sfuggendo al tentativo di Wall Street di inserirsi all’ultimo momento nella partita per portarsi via il London Stock Exchange in un’alleanza atlantica della finanza (sebbene Intercontinental Exchange, che controlla la Borsa di New York, possa ancora provare a rilanciare).
Dunque la Londra finanziaria rimane in Europa. Diventa tedesca, commenta qualche analista, perché è di fatto la Deutsche Boerse che la acquisisce, come aveva già provato a fare due volte negli ultimi quindici anni: la società che controlla la Borsa di Francoforte avrà il 54,4 per cento della nuova società, al London Stock Exchange resterà il restante 45,6 per cento. Ma si tratta, insistono l’una e l’altra, di una «fusione tra eguali». La nuova società, una holding con sede in Gran Bretagna, avrà due quartier generali, uno a Londra, l’altro a Francoforte. Il presidente sarà un inglese, Donald Brydon, finora presidente del London Stock Exchange. L’amministratore delegato sarà tedesco, Carsten Kengeter, finora ad di Deutsche Boerse. Le sinergie permetteranno di risparmiare 450 milioni di euro a partire dal terzo anno di integrazione. Se sono in tre (Londra, Milano e Francoforte) in questo matrimonio, parafrasando la celebre battuta di Lady Diana, all’altare c’è anche un quarto protagonista: il Qatar, diventato il principale azionista della Borsa londinese (in cui gli investitori italiani, rispetto a quando fu ceduta Piazza Affari, sono al lumicino), ultimo capitolo dello shopping che ha portato il ricco emirato a comprarsi tanti beni nella capitale britannica, dai grandi magazzini Harrods allo Shard, il grattacielo disegnato da Renzo Piano.
Messe insieme, le due società ospiteranno azioni per più di 5 mila miliardi di euro, in rappresentanza di 3200 aziende, formando uno dei mercati più grandi del mondo. In particolare nel campo dei derivati, strumento finanziario in cui eccellono sia Londra che Francoforte, potranno rivaleggiare con New York e Hong Kong come non potevano fare da separate. Pur lasciando il gruppo, Xavier Rolet, l’ad del London Stock Exchange, elogia la fusione come uno sviluppo positivo non solo per i “blue chips” ma perché offre «un’alternativa ai prestiti bancari per milioni di piccole e medie aziende in tutta Europa»: era questo, sostiene, un obiettivo di fondo dell’accordo. Il completamento della fusione è previsto per fine 2016 o inizio 2017. I due consigli d’amministrazione devono approvarla il 29 marzo, poi toccherà alle autorità antitrust esaminarla. Il comunicato congiunto afferma «la convinzione che l’intesa rappresenti una grande opportunità per entrambe le società di rafforzarsi in una integrazione di natura industriale, creando un’infrastruttura leader dei mercati globali in Europa». Per il Financial Times si tratta di un «merger anomalo»: Deutsche Boerse ha pagato un bonus al London Stock Exchange, come in un take- over. Da Roma il presidente della commissione Bilancio della Camera, Francesco Boccia, saluta «un’operazione che consolida e rafforza il mercato europeo nel contesto globale». Nella City, qualcuno lamenta la fine dell’indipendenza della Borsa londinese dopo 250 anni: per mano tedesca, per di più. Uno sbarco in Normandia alla rovescia. Ma la Manica, con l’unione delle Borse, non isola più la Gran Bretagna.

Enrico Franceschini

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