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La Cina vuole crescere almeno del 6,5%

È il trionfo della «bottom line», come l’avevano definita i guru del National bureau of statistic in una riunione riservata alla quale il Sole 24 Ore ha preso parte poche settimane fa: è il 6,5%, la linea del Piave che non dovrà essere superata, il ritmo di crescita economica cinese compatibile con uno sviluppo moderato. Non meno del 6,5% annuo, dunque, di qui fino al 2020.
A dirlo è stato il presidente cinese, Xi Jinping, subito a ruota dopo la divulgazione ad opera dei media statali del documento integrale sulle Proposte di formulazione del nuovo piano quinquennale elaborate dal quinto plenum del Comitato centrale del Partito comunista cinese, che si è tenuto tra il 26 e il 29 ottobre scorsi a Pechino.
Il tasso di crescita fissato da Xi, stando a quanto ha riferito l’agenzia Xinhua, è necessario per realizzare entro il 2020 l’obiettivo del raddoppio del prodotto interno lordo rispetto ai volumi del 2010. Un cenno particolare il documento lo dedica agli sforzi del governo per far includere lo yuan tra le valute di riserva del Fondo Monetario, favorendo quindi la piena convertibilità della valuta.
Per Xi la Cina è in grado di raggiungere gli obiettivi di riduzione della povertà contenuti nel documento e anche di fornire assistenza sociale generalizzata. Entro, beninteso, la fatidica data del 2020. Uno sforzo che, secondo le ultime statistiche ufficiali dell’anno scorso, comprenderà l’aumento del reddito per 70,17 milioni di cittadini cinesi che vivono nella fascia della povertà nelle aree rurali del Paese.
Di fatto la Cina che emerge nel testo diffuso varato dal Plenum per il 13esimo Piano quinquennale è una Cina che mette le mani avanti, poco trionfalistica nonostante il lessico adottato sia quello di sempre.
Il 18esimo Comitato centrale del Partito comunista ha lavorato al testo del 13esimo Piano nazionale per lo sviluppo economico e sociale della Cina in sessione plenaria, la quinta, che si è conclusa il 29 ottobre scorso. Tre giorni intensi che dovranno dare la linea fino alla scadenza fino al 2020 ma, si legge nel testo, questa Cina punta soprattutto alla costruzione di una società moderatamente prospera.
Questo è l’obiettivo principale che ritorna più volte in un testo volutamente scarno, senz’altro alle prese con un contesto più problematico del Piano quinquennale precedente. Intanto, le sfide dei mercati finanziari globali che, ammette il documento, quest’anno si sono abbattute sulla Cina. Fanno ancora paura.
L’aggregato economico della Cina, seconda potenza mondiale, si basa su un prodotto interno lordo pro capite di circa 7.800 dollari per una popolazione di un miliardo e 300 milioni di persone. Il terziario ormai è il secondo settore, il tasso di urbanizzazione ha superato il 55%, molte scoperte scientifiche hanno portato la Cina a incassare grandi successi. Ma non basta. Il principale attore del commercio e primo investitore al mondo ha problemi finanziari che non finiranno facilmente. L’innovazione non è ancora sufficiente, c’è molta sovracapacità nei settori produttivi. Il divario di reddito pesa, l’invecchiamento della popolazione pure. Bisogna approfondire la riforma fiscale, adattarsi a moderare il rafforzamento dei poteri centrali e le responsabilità di spesa. Accelerare le riforme finanziarie, migliorare l’efficienza dell’economia reale, dei servizi finanziari. Promuovere una nuova urbanizzazione incentrata sull’uomo. Implementare il sistema di permesso di soggiorno, creare servizi pubblici di base per raggiungere la piena copertura della popolazione residente. Costruire una società moderatamente prospera, dunque.
Se la riforma dei mercati occupa un ruolo importante nel nuovo piano, un capitolo a parte riguarda il welfare. La Cina deve migliorare il sistema di assicurazione sociale e aprirlo a tutti. Ma deve anche garantire la sostenibilità dei trattamenti delle società future. Introdurre la politica di progressivo aumento dell’età pensionabile. Garantire il miglioramento dei conti personali e le spese ambulatoriali complessive. Incoraggiare le forze sociali a istituire servizi sanitari, promuovendo ospedali privati senza scopo di lucro e a parità di trattamento in ospedali pubblici.
Fa specie, comunque, che della crescita non si ritrovi nel testo, ieri questa lacuna ha innescato speculazioni a catena, c’è chi ha spiegato l’assenza con il fatto che anche Shanghai ha rinunciato come città metropolitana ad adottare un limite. Ma la bottom line c’è, ora bisogno di sicuro di fare l’esegesi del testo. Parola per parola.

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