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La Cina spaventa l’economia mondiale Shanghai meno 8,4% contagio per l’Europa

Il mercato rivela di essere più forte dello Stato, le Borse cinesi crollano per la seconda volta in meno di un mese e la Cina torna a spaventare la finanza mondiale. Il lunedì nero di Pechino brucia oltre la metà del rally durato tre settimane, dopo che la bolla scoppiata il 3 luglio aveva inghiottito il 32% del valore d’inizio giugno. Shanghai ha chiuso ieri a meno 8,48%, Shenzhen a meno 7%, peggior risultato da otto anni. Hanno limitato i danni Tokyo, meno 1%, e Seul, segno che improvvisamente è la Cina il grande malato dell’economia asiatica. Per gli investitori la caduta- bis sarebbe la reazione agli ultimi dati diffusi dai leader comunisti: profitti industriali di giugno a meno 0,3%, rispetto al più 0,6% di maggio, e indice della produzione manifatturiera ai minimi da quindici mesi. L’ennesimo crack rivela in realtà problemi ben più gravi, con il rischio che la crisi, da economica, si trasformi presto in politica, minacciando la stabilità del partito-Stato. Venerdì Pechino aveva ripetuto che nel 2015 il Pil cinese crescerà del 7% e che il governo non farà mancare fondi per sostenere i mercati. Rassicurazioni insufficienti per arrestare il panico seminato tra i 90 milioni di improvvisati traders rossi, già più decisivi degli 80 milioni di iscritti al partito comunista. E l’emergenza cheallarma l’Occidente ora è proprio questa: nella super-potenza in cui il partito continua ad esercitare un controllo totale, fino a trasformare le Borse in un mega-casinò nelle mani della leadership, qualcosa rivela di essersi inceppato. La fuga di massa dai mercati non ha anco- ra il profilo di una rivolta contro l’onnipotente nomenclatura, ma assume quello di una disobbedienza senza precedenti. I listini di Shanghai e di Shenzhen sono esplosi proprio all’indomani del primo sospiro pubblico di sollievo del premier Li Keqiang. Il numero due di Pechino, rassicurato da un recupero da primato, aveva dichiarato che «se necessario lo Stato deve intervenire per salvare il mercato». Tra ottobre e i primi di giugno gli indici cinesi erano cresciuti di oltre il 120%, per bruciare poi 3500 miliardi di euro in tre settimane. Anche il piano di salvataggio è stato senza precedenti: 15 miliardi di euro per sostenere il riacquisto di azioni, fondi no-limits alle banche, sospensione di 1400 titoli su 2226, inchiesta giudiziaria contro gli speculatori, congelamento delle nuove quotazioni, divieto semestrale di vendere azioni per amministratori e grandi azionisti detentori di oltre il 5% del capitale di un’impresa. Il segnale avrebbe dovuto essere che la seconda economia mondiale non sarà scossa da una crisi finanziaria, come gli Usa di Wall Street nel 2008. L’effetto si rivela invece opposto, con il peso delle misure anti-bolla a confermare la sua ineluttabilità, innescando uno storico sell-off. A pesare, anche lo scetticismo sulla salute economica cinese. Gli investitori fuggono dalle perdite, ma i mercati mostrano di soffrire i fondamentali. Il boom delle Borse cinesi si è verificato mentre il Paese è scosso dall’atterraggio economico più duro da trent’anni, tale da minacciare le «riforme strutturali» promesse dal presidente Xi Jinping. In Cina suona l’allarme-stabilità, in Occidente quello del contagio: forse è prematuro, ma se in Asia grandina sul resto del pianeta- soldi non può più splendere il sole. E ieri la crisi borsistica cinese si è subito riflessa in Europa, dove Francoforte ha perso il 2,56% e Milano ancora di più: meno 2,87 per cento.
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