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La Cina «sgonfia» la bolla dei bitcoin E la moneta virtuale crolla in Borsa

Fino a oggi i bitcoin avevano fatto parlare di sé per i misteri (tanti e irrisolti) e gli scandali (pochi ma corposi). Chi si nasconde dietro il portentoso algoritmo monetario e il nickname Satoshi Nakamoto? Chi è fuggito con la cassa della piattaforma giapponese Mt Gox nel 2014? Perché sale o scende vertiginosamente? Chi ci guadagna?

Questa volta, almeno, si sa tutto: Zhou Xiaochuan, il governatore dell’autorità monetaria cinese, la People’s Bank of China, ha dichiarato illegali le operazioni di «quotazione» delle società e delle start up attraverso la piattaforma monetaria. Le cosiddette «Ico», initial coins offering — versione geneticamente modificata delle Ipo, le più tradizionali Initial pubblic offering in Borsa — hanno permesso di raccogliere 1,6 miliardi di dollari di finanziamenti. La stessa Sec americana aveva sollevato degli interrogativi sulle Ico durante l’estate. Ora però sul sito della Bank of China è stato comunicato che saranno «severamente» punite e sanzionate «tutte le offerte future», mentre i promotori che hanno già raccolto il denaro «dovranno provvedere a ridarlo indietro».

Una messa al bando — per inciso, in un Paese dove con lo Stato non si scherza volentieri — di cui il mercato si è subito accorto: venerdì primo settembre il bitcoin (si scrive minuscolo come tutte le valute) aveva sfiorato il vertiginoso tetto dei 5.000 dollari. Ieri, sulle grandi piattaforme cinesi come Btc China e Huobi, si è salvato per un pelo dalla soglia psicologica dei 4 mila dollari, fermandosi a 4020,96 (26.500 yuan). Il 20% in meno in pochi giorni. Volatilità da cardiopalma per chi ha acquistato recentemente.

Per avere un’idea di cosa significhi investire in bitcoin basta prendere la quotazione del 26 marzo 2017, meno di un semestre fa: 957 dollari.

Chi aveva investito allora sta guadagnando il 200% dopo aver sognato il 300. Ma chi ha investito solo venerdì scorso sta perdendo un quinto dei propri soldi.

Sulle piattaforme europee il prezzo ha tenuto maggiormente fermandosi a 4.293 dollari. Questo perché le varie piattaforme non rispettano la teoria dei vasi comunicanti, come dovrebbe essere: per investire nella criptomoneta bisogna aprire degli account e alimentare un borsellino per investire. Ma mentre le commissioni sulla compravendita sono generalmente basse, quelle sull’operazione di cambio inversa, dai bitcoin in dollari o yuan, sono alte. Dunque non è immediato fare arbitraggio, come in qualunque altro mercato, per allineare le quotazioni. Ma è proprio questo meccanismo che preoccupa non solo le banche centrali ma in particolare uno Stato centralizzato e amante delle teorie orwelliane su Internet come la Cina.

Con il bitcoin gli investitori e i nuovi ricchi cinesi possono allentare le strette maglie del governo del popolo che non ama sia fare uscire la ricchezza dal Paese sia utilizzarlo per fare investimenti non controllati. Uno dei problemi connessi al bitcoin è la possibilità di bypassare il limite dei cinquantamila dollari annui di acquisto di valuta straniera, permettendo agli investitori di comprare in yuan e di rivendere in dollari favorendo le fuoriuscite di capitali. Anche il Canada e Singapore hanno lanciato degli alert sulle Ico. In Italia, vista la scarsa circolazione, non sono state segnalate operazioni di questo genere.

La grossa incognita rimane evidentemente la speculazione finanziaria. Può ingolosire. ma anche inghiottire.

Massimo Sideri

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