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La Cina pilota la caduta dello yuan a Wall Street tremano gli hedge fund

La prossima crisi globale verrà dalla Cina? L’allarme lo lanciano gli americani: il detonatore potrebbe essere la svalutazione competitiva del renminbi (o yuan), la moneta cinese. Il suo deprezzamento si è accelerato dalla scorsa settimana, e ha determinato la più pesante caduta del renminbi dal 2005. E’ una netta inversione di tendenza, dopo anni di lenta ma inesorabile ascesa della valuta cinese. Le conseguenze sono tante, politiche e finanziarie. A Washington cresce il coro di proteste contro il governo di Pechino, accusato di non stare ai patti. E in un anno di elezioni legislative, molti parlamentari Usa invocano misure di ritorsione tariffarie e doganali per punire il made in China. A Wall Street l’incubo principale è un altro: dalle imprese cinesi agli hedge fund americani, una pletora di operatori davano per scontato che il renminbi potesse andare solo verso l’alto, e quindi hanno scommesso capitali importanti sulla tendenza al rialzo. L’inversione di rotta può scavare una voragine di perdite nei bilanci di grandi aziende e fondi d’investimento.

«La Cina interviene per indebolire lo yuan», è il titolo a tutta pagina con cui apre ilWall Street Journal.
Il quotidiano non ha dubbi: «E’ la banca centrale cinese a spingere verso il basso». Tra le reazioni politiche da Washington c’è quella del senatore democratico Charles Schumer: «La Cina deve consentire allo yuan di muoversi liberamente in base alle forze di mercato, anche se il mercato lo spinge al rialzo». Alla Camera un disegno di legge che infliggerebbe dazi punitivi sulle importazioni dalla Cina ha raccolto più della metà delle firme necessarie. Per ora l’Amministrazione Obama non si pronuncia. Anche perché gli Stati Uniti non sono del tutto innocenti, in fatto di svalutazioni competitive. Anzi, la “guerra delle monete”, come venne definita due anni fa dal ministro dell’Economia brasiliano Guido Mantega, venne aperta proprio dalla Federal Reserve. La massiccia creazione di liquidità che la banca centrale Usa ha operato per rilanciare la crescita, ha anche avuto come effetto collaterale l’indebolimento deldollaro. Il “manuale” americano è stato successivamente studiato e ricopiato da altre banche centrali: ultima quella del Giappone, che ha manipolato anch’essa la moneta al ribasso, consentendo allo yen debole di aiutare l’export made in Japan. Naturalmente sia Washington che Tokyo respingono questi paragoni. Né la Fed né la Banca del Giappone “manipolano” direttamente le proprie valute, visto che i tassi di cambio vengono fissati dalla domanda e dal-l’offerta sui mercati globali (l’influenza delle banche centrali è indiretta, agisce sui tassi d’interesse, la creazione di liquidità, e sulle aspettative). Il caso della Cina è diverso perché il renminbi o yuan continua ad essere un moneta solo parzialmente liberalizzata, il cui valore esterno è ancora orientato dal governo. Del resto l’attuale indebolimento del renminbi sarebbe stato deciso anche in vista dell’ultima tappa nella liberalizzazione monetaria, quella che dovrebbe portare la valuta cinese ad essere mossa solo dai mercati.
Restano i rischi macroeconomici, se la Cina tenta di “esportare” i suoi problemi, ovvero di uscire da una fase di rallentamento della crescita rilanciando l’export attraverso la svalutazione competitiva. E c’è il timore di Wall Street per quella mina vagante che sono i derivati in renminbi: 350 miliardi di dollari di “titoli strutturati” emessi dalle banche Usa solo l’anno scorso, chiamati “target redemption forward”. Prevalentemente sono coperture di rischio, o scommesse speculative, che davano per scontato il rialzo del renminbi. Ora con la brusca inversione di rotta le perdite possono destabilizzare qualche hedge fund americano, e tante imprese cinesi.
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