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La Cina ostacola le contraffazioni

Contrordine: la Cina non può andare avanti in eterno a copiare i prodotti degli altri. È ora di premere l’acceleratore sull’originalità e sull’innovazione industriale, proteggendo le scoperte e i nuovi brevetti e alzando l’asticella della qualità. Così la pensano settori sempre più ampi delle autorità di Pechino, consapevoli del fatto che il paese asiatico continua a dominare la classifica della contraffazione a livello mondiale: i dati riguardanti le merci sequestrate nell’Unione europea, riferiti al 2011, rilevano che la Cina è saldamente al comando con il 72,9% dei prodotti, seguita da Hong Kong, Grecia, India e altre nazioni, tutte però con quote inferiori al 10%.

Le copie illegali riguardano medicinali, imballaggi, sigarette, vestiti, accessori di telefonia mobile e altro ancora.

In termini tecnici si chiama shanzhai, ma non significa copiare passivamente. In Cina è considerato una sorta di atto creativo e di ribellione contro un sistema di monopolio e di egemonia culturale. Un chiaro esempio riguarda l’azienda informatica Visture, le cui tavolette si ispirano chiaramente a quelle della Apple, mantenendo tuttavia il proprio marchio e alcune caratteristiche tecniche. I suoi prodotti sono apprezzati dai cinesi che hanno un reddito medio: non sono poveri, ma non possono neppure permettersi il tablet all’ultimo grido sfornato dal colosso americano. Quello proposto da Visture non costa più di 200 dollari, circa 155 euro. Qualche valore aggiunto non manca: la possibilità di inserire due carte Sim, una personale e l’altra professionale. Una cosa che soltanto i produttori indipendenti possono permettersi, sottolineano con un pizzico di orgoglio dal quartier generale di Visture.

Lo shanzhai ha i suoi vantaggi, ma non sarà così ancora a lungo. Per il 2016 Pechino intende arrivare a 3,3 brevetti ogni 10 mila abitanti. Realtà produttive come Lenovo e Huawei vogliono fare concorrenza a Samsung contando sulle proprie forze e i nuovi campioni industriali andranno protetti.

Il progressivo arricchimento dei consumatori e la comparsa di prodotti sempre più sofisticati spingono anch’essi verso la qualità. Pure i grandi marchi internazionali si rivolgono ai mercati emergenti, consapevoli che in Cina anche la famiglia media ha qualcosa da spendere. Questo non vale solo per i computer ma anche per beni più costosi come le automobili: è ormai necessario creare modelli propri e migliorare la sicurezza invece di limitarsi a copiare.

Secondo Emmanuel Meril, avvocato dello studio Lefèvre Pelletier & associati, attivo a Shanghai, ci si dimentica che gran parte della contraffazione riguarda marchi cinesi, soprattutto nei settori della medicina e dell’alcol, che hanno come sbocco il mercato interno. Quando le questioni riguardano la sicurezza e la salute pubblica, le autorità si muovono rapidamente per evitare danni ai consumatori. Scandali come quello del latte contaminato, avvenuto nel 2008, hanno insegnato qualcosa. Al tempo stesso non si passa alle maniere forti per non influenzare negativamente lo sviluppo economico. E poi non è facile contrastare la mentalità comune, che considera l’atto di copiare un peccato veniale. In generale, l’innovazione del futuro interesserà comparti delicati come le biotecnologie e l’energia, che dovranno essere a loro volta tutelati dalla pirateria. Perciò, conclude Meril, molti cinesi sono destinati a passare dall’altra parte della barricata, dove si cerca di punire i furbi.

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