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Dopo la Cina, gli Stati Uniti l’inflazione inquieta i mercati

Con un coordinamento esemplare, le due maggiori economie mondiali hanno rilasciato una “doppietta” di dati che segnalano una fiammata inflazionistica notevole. Ieri negli Stati Uniti si è registrato il più forte aumento nei prezzi al consumo dal 2008: +4,2% su base annua il rincaro del costo della vita ad aprile.
Appena 24 ore prima era toccato alla Cina, dove i prezzi alla produzione hanno subito un aumento del 6,8% ad aprile cioè il più forte dal 2017. Le analisi sulle due sponde del Pacifico convergono verso le stesse spiegazioni: dietro l’impennata dei prezzi ci sarebbero sia il forte aumento della domanda, sia strozzature sul lato dell’offerta. Le diagnosi convergono egualmente nel diffondere messaggi rassicuranti: questa inflazione è passeggera, secondo i governi e le banche centrali, quindi non c’è motivo di allarmarsi. Per la verità i toni a Pechino sono leggermente più cauti, è a Washington che domina il negazionismo o il minimalismo, sia alla Federal Reserve che al Tesoro. I mercati sono un po’ meno sicuri che il fenomeno sia transitorio e infatti reagiscono come se il pericolo fosse reale: aumento dei rendimenti, rafforzamento del dollaro, cali dei valori azionari.
La spiegazione ufficiale ha dei solidi fondamenti. Sull’andamento dei prezzi pesa uno “shock positivo”: durante pandemia e lockdown i consumatori hanno ridotto forzosamente la spesa e hanno accumulato risparmio indesiderato. Col ritorno graduale alla normalità i comportamenti di spesa sono conseguenti e una forte domanda si riversa su beni e servizi. Siamo dunque di fronte a un caso di inflazione “buona”, che conferma il vigore della ripresa soprattutto nelle due locomotive globali americana e cinese. Dal lato dell’offerta è altrettanto innegabile l’esistenza di strozzature. Alcune sono preesistenti alla pandemia e risalgono al contenzioso commerciale Usa-Cina, altre sono più recenti come per esempio la penuria di semiconduttori.
I fenomeni di scarsità vengono giudicati generalmente risolvibili. Non tutti, però: per esempio su materie prime agricole o minerarie pesa un boom nella crescita economica globale che forse non è effimero e quindi potrebbe far salire i costi per un periodo non breve. Questo può spiegare la lieve differenza di toni fra le analisi di Pechino, che prendono un po’ più sul serio il pericolo dell’inflazione, e quelle di Washington. Negli Stati Uniti, non stupisce che a minimizzare il rischio sia la segretaria al Tesoro Janet Yellen: non è suo interesse legittimare una minaccia inflazionistica che spingerebbe verso rialzi dei tassi, col rischio di rallentare anzitempo la ripresa.
Inoltre la Yellen, keynesiana di sinistra, è decisa a perseguire una politica economica che realizzi il pieno impiego, anche a costo di qualche eccesso sul fronte dei prezzi. Meno banale è l’allineamento su questa posizione della Fed guidata da un repubblicano, Jerome Powell. Ma anche il banchiere centrale è diventato l’alfiere di una dottrina che dà la priorità assoluta al pieno impiego, e ha spostato i criteri della stabilità dei prezzi auspicando un’inflazione al di sopra del 2% pur di avere più crescita.
Gli investitori che muovono i mercati però potrebbero abbracciare teorie diverse da quelle delle autorità, finendo per spingere i rendimenti sempre più su e vanificando l’azione della banca centrale. Il dibattito sull’inflazione continuerà sulla base dei nuovi dati e può rafforzare le resistenze contro le due maxi-manovre di spesa pubblica che Joe Biden vuole realizzare, per oltre 4.000 miliardi di dollari.
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