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La Cina è l’ottavo socio di Piazza Affari

La People’s Bank of China continua a scalare posizioni nella classifica degli investitori esteri a Piazza Affari. Con l’ultimo colpo di mercato (il 2,005% di Intesa Sanpaolo) il valore complessivo delle partecipazioni della banca centrale nel listino milanese è salito da 3,8 a 4,9 miliardi di euro. Stando a un’elaborazione che Il Sole 24 Ore ha fatto su banca dati S&P Capital IQ con questa acquisizione la banca centrale cinese è passata dall’undicesima all’ottava posizione nella classifica dei principali investitori esteri in una top-ten guidata dai fondi Usa Blackrock (24,5 miliardi di partecipazioni) e Vanguard (12,9 miliardi) seguiti dal fondo sovrano norvegese (8,3 miliardi). 
L’attivismo della Cina sul listino milanese non è una novità visto che da tempo la Repubblica Popolare, tramite la sua banca centrale, sta rastrellando quote rilevanti dell’azionariato di big come Eni, Enel, Fca, Generali e altre. Con l’acquisto del 2% di Intesa c’è stata comunque una netta accelerazione.

Ai corsi di mercato la quota in Intesa Sanpaolo recentemente acquistata vale 1,1 miliardi di euro: si tratta della seconda partecipazione per controvalore che la Banca centrale cinese ha nel listino milanese dopo il 2,102% detenuta in Eni, quota che da sola vale circa 1,3 miliardi di euro.
La cifra di 4,9 miliardi tiene conto solo delle partecipazioni dirette in società quotate italiane. Per avere una misura più completa dell’attivismo cinese nel nostro Paese bisognerebbe aggiungere anche quelle indirette in Snam e Terna che la Pboc detiene attraverso la quota del 35% in Cdp Reti e che il Tesoro ha ceduto per 2,1 miliardi di euro il 30 luglio dello scorso anno.
Il portafoglio di People’s Bank of China è stato costruito in tempi decisamente rapidi (il grosso delle acquisizioni è stato fatto nel 2014) e non sempre seguendo la stessa strategia. Se infatti il primo chip in Enel, pari a 500mila azioni, è stato messo sul tavolo nel 2011 per poi salire oltre il 2% nel 2014, nel caso di Mediobanca, invece, l’acquisto di una quota rilevante è avvenuto in un sol giorno. Era il 14 ottobre scorso, e l’investimento è stato realizzato proprio mentre il premier Matteo Renzi stringeva la mano a Palazzo Chigi al primo ministro della Repubblica popolare della Cina, Li Keqiang.
Strategie diverse, quindi, e diversificazione di comparti e di dimensioni dei gruppi selezionati. Accanto a quote sopra al 2% nei due grandi gruppi partecipati dal Tesoro italiano, Eni (2,102%) e Enel (2,004), la banca centrale cinese vanta quote rilevanti anche in Telecom Italia (2,081%), Prysmian (2,018%), Saipem (2,035%), Generali (2,014%) e Terna (2,005%). Poco sotto questo livello, invece, le partecipazioni in Mediobanca (1,98%) ed Fca (1,95%).
Una cosa è certa: la scelta di investire a Piazza Affari si è dimostrata intelligente. Ad eccezione di Eni, le cui quotazioni hanno sofferto il crollo del petrolio a fine 2014, il valore delle partecipazioni nelle blue chip italiani della Pboc si è apprezzato in linea con l’andamento di tutto il listino (+22% da inizio anno). Dai numeri della banca dati S&P Capital IQ è possibile stimare che le partecipazioni accumulate ad oggi abbiano generato una plusvalenza virtuale non inferiore ai 150 milioni in meno di un anno e mezzo. E questo nonostante la partecipazione di maggior peso (quella in Eni) abbia generato una minusvalenza di circa 84 milioni. Piazza Affari insomma si sta rivelendo un discreto affare per i cinesi che sul listino milanese investono prevalentemente tramite la banca centrale.
Sulle altre piazze continentali la Repubblica Popolare opera soprattutto con il suo fondo sovrano che ha in portafoglio corposi pacchetti azionari in società come Royal Dutch Shell (un 2,14% che vale 2,4 miliardi di euro) o la banca Hsbc (un 1,6% che vale 2,6 miliardi). Comprendendo gli investitori privati la Cina ha partecipazioni per 61 miliardi di euro nelle Borse continentali, cifra che ne fa il quarto investitore extra Ue dopo Usa, Canada e Giappone.

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