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La chance dei crediti fiscali

In questo periodo c’è una ragione di più per guardare con interesse al mondo degli investimenti obbligazionari. È una ragione fiscale. A causa della crisi e a una depressione dei corsi particolarmente sensibile fino alla fine del 2011, praticamente ogni risparmiatore che ha un dossier titoli in regime di risparmio amministrato dispone di uno stock (a volte ingente) di perdite in conto capitale (minusvalenze). Queste, in pratica, rappresentano un credito fiscale, che però ha durata limitata. Il problema è che il meccanismo del suo utilizzo, tutto sommato semplice, non è entrato nelle consuetudini dei risparmiatori. Gli intermediari inviano le comunicazioni di legge, i clienti ricevono, leggono e archiviano (quando non buttano). La questione finisce spesso nel dimenticatoio con il risultato che, dopo quattro anni solari, il credito fiscale se non utilizzato scade e viene perso.
In tempi di tassi ai minimi, guadagni risicati e, appunto, perdite in conto capitale è un vero peccato. L’avarizia dei mercati impone infatti che, nella decisione di investimento, tra i diversi aspetti non possa essere dimenticata una pianificazione fiscale, che consenta appunto di ottimizzare gli eventuali risultati positivi. Vediamo, con qualche esempio riferito al comparto obbligazionario, come è possibile utilizzare questo tesoretto per incrementare le performance del portafoglio.
Prendiamo il caso di un bond governativo o societario con vita residua di un paio d’anni. Poniamo che sul mercato secondario questo titolo si possa acquistare a un prezzo di 94 (a fronte di un valore facciale pari a 100). Per l’investitore, le fonti di guadagno sono due: le eventuali cedole che vengono pagate nel periodo prima della scadenza e il rimborso finale, che avviene appunto a 100. In questo caso si verifica dunque una plusvalenza (data dalla differenza tra prezzo di acquisto, in questo esempio 94, e prezzo di rimborso, 100) soggetta a imposizione fiscale. Ma qui entra in gioco appunto il “tesoretto” rappresentato dalle minusvalenze degli anni passati: queste possono essere utilizzate in deduzione, anche fino ad annullare completamente la ritenuta fiscale e quindi a incassare l’intero guadagno realizzato.
Come si vedrà più oltre, va sottolineato che il meccanismo di compensazione vale solo per i guadagni conseguiti sotto forma di plusvalenza tra l’acquisto e la vendita del titolo al netto dei costi di compravendita. I redditi da capitale, derivanti da cedole, seguono invece una strada diversa: anche in presenza di crediti fiscali pregressi, questi proventi vengono comunque assoggettati a un’imposta del 20% o del 12,50 per cento.
Consideriamo ora il Mot (mercato telematico delle obbligazioni e dei titoli di Stato), circuito secondario con vocazione retail, al quale il risparmiatore può accedere facilmente anche direttamente online (se dispone di home banking). Uno sguardo al listino mostra subito che in questo periodo esiste un certo numero di titoli con prezzi sotto la parità. Si tratta, in molti casi, di bond che prevedono il pagamento di cedole indicizzate all’Euribor a 3 o 6 mesi. Caso tipico è quello dei CcT con breve vita residua, ma accanto a questi si trovano anche titoli floater, obbligazioni bancarie italiane e altri bond senior. Primo problema: come scegliere? «In linea generale – risponde Valentina Vicinanza, gestore di Banca Akros – ai fini di un utilizzo ottimale delle minusvalenze è meglio individuare i titoli che prevedono lo stacco di cedole più basse possibili durante la loro vita residua».
Come accennato prima, infatti, per il Fisco esistono due tipi di reddito derivanti da operazioni di questo genere, ognuno soggetto a un regime impositivo. Cedole, dividendi e interessi attivi di conto corrente danno luogo a redditi da capitale, che vengono sempre assoggettati a imposizione (con aliquota del 12,5% nel caso di titoli di Stato e assimilati, emessi da tutti i Paesi iscritti alla white list; con aliquota del 20% tutto il resto). Ciò avviene anche in presenza di crediti fiscali derivanti da minusvalenze e spiega perché è opportuno scegliere titoli con cedole di importo ridotto, ma con quotazioni basse. Sulla plusvalenza derivante dalla differenza tra prezzo di acquisto e di rimborso (considerata dal Fisco “reddito diverso”) è infatti possibile scontare le minusvalenze pregresse. Unica accortezza: verificare che, al momento dell’emissione, il prezzo del titolo scelto fosse uguale a 100.
«Il primo passo – completa Valentina Vicinanza, Banca Akros – è richiedere alla banca presso cui si ha il dossier titoli la “stratificazione” delle minusvalenze fiscalmente rilevanti». In pratica, si tratta della storia fiscale del portafoglio, con le minusvalenze suddivise anno per anno. Un tempo questa informazione veniva inviata periodicamente. Oggi la documentazione arriva una volta l’anno e quindi è opportuno chiedere una situazione aggiornata.
Infine, a corredo dell’articolo, altri due elementi realizzati in collaborazione con Banca Akros aiutano a chiarirsi le idee: una selezione di titoli quotati sotto la parità e due esempi di plusvalenze compensabili con minusvalenze pregresse.

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