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La cessione tiene conto dei debiti

Il valore della cessione di ramo di azienda va determinato tenendo conto non solo dell’attivo e dei crediti ma anche del passivo e, quindi, dei debiti. In caso contrario, il risultato non sarebbe più il valore del ramo d’azienda ceduto, ma solo quello di alcuni beni. Né il fisco può, di sua iniziativa, disconoscere passività che a sua volta erano entrate a far parte della cessione del ramo d’azienda se tutto questo risulta dalla contabilità aziendale. Per potere contestare la natura fittizia o apparente di un debito, l’ufficio deve darne la prova. A precisarlo è la sentenza 67/22/12 della Ctr Lombardia (relatore Chiametti).
L’agenzia delle Entrate ha rettificato il valore della cessione del ramo d’azienda portandolo da circa 11 miliardi a 17miliardi e mezzo delle vecchie lire, disconoscendo, tra le passività attribuite al ramo d’azienda passato dalla cedente all’acquirente, un debito di 6,6 miliardi di lire in quanto vantato da società del gruppo.
Il soggetto acquirente ha presentato ricorso che è stato accolto dalla Ctp. Per i giudici di primo grado l’ufficio non aveva prodotto l’atto registrato dal quale poteva emergere una volontà pattizia diversa da quella indicata nel ricorso. Inoltre, ai fini dell’imposta di registro (articolo 51 del Dpr 131/86), il valore dell’azienda è rappresentato da quello complessivo dei beni che la compongono, compreso l’avviamento, al netto delle passività risultanti dalle scritture contabili obbligatorie.
Il collegio di primo grado ha dato ragione alla contribuente in quanto nel corrispettivo era compreso il trasferimento dei debiti, il cui titolo di cessione era basato esclusivamente sulla unitaria volontà contrattuale.
L’ufficio, in appello, ha fatto rilevare di aver provveduto a controllare che tra le passività e le attività cedute vi fosse una diretta inerenza e aveva proceduto quindi a disconoscere il debito. Inoltre, sempre ad avviso del fisco, tale passività non costituiva un debito di funzionamento, bensì un debito di natura finanziaria da ricondurre nel concetto generale di investimento aziendale il cui onere veniva versato sulla cessionaria. Per questo motivo, l’agenzia delle Entrate ha ritenuto che la cessione della passività contestata rappresentasse un accollo da parte del cessionario di un debito non inerente al ramo d’azienda ceduto (seppur presente nella contabilità obbligatoria) ma relativo al soggetto cedente.
La Commissione tributaria regionale ha rigettato l’appello. Per i giudici di secondo grado non c’è stato nessun accollo o assunzione di debito, ma solo un’acquisizione di ramo di azienda nel quale erano compresi crediti e debiti, un attivo e un passivo, diritti e obbligazioni. Dalla documentazione allegata al fascicolo processuale (situazione patrimoniale redatta alla data della cessione) è risultato evidente che il debito in questione faceva parte del ramo di azienda ceduto. Di conseguenza «il valore del debito, che l’ufficio ha ripreso, deve essere considerato – si legge nella pronuncia – e pertanto la sentenza di primo grado trova piena conferma».
Va ricordato che la sentenza n. 26550/2011 della Cassazione ha stabilito che nel giudizio per la rideterminazione del valore dell’avviamento a seguito di cessione di ramo d’azienda il giudice – vigendo nel nostro ordinamento il principio del libero convincimento – può porre a fondamento della sua decisione una perizia stragiudiziale, anche se contestata dalla controparte, a condizione che fornisca adeguata motivazione della sua valutazione. La Suprema corte ha escluso l’applicabilità dei criteri indicati nell’articolo 2, comma 4, Dpr n. 460/1996, dato che questa disposizione può valere solo nel particolare ambito dell’accertamento con adesione, e non anche per ipotesi più generali di valutazioni di realtà aziendali ai fini di un normale accertamento, che sfocia poi in un giudizio.

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