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La cessione Npl, il nodo dei rating interni e i rischi di impatto fino a due miliardi

C’è un impatto nascosto dietro l’operazione di cessione dei 10 miliardi di crediti in sofferenza netti del Monte dei Paschi. Un effetto subdolo che si cela nei complicati meccanismi con cui le banche europee valutano la rischiosità dei loro prestiti e accantonano capitale di conseguenza. E che per Mps, complice una revisione al rialzo degli attivi ponderati per il rischio, potrebbe costare fino a 2 miliardi di euro di assorbimento extra di capitale. Un fardello di cui sottotraccia si sta ragionando, e a cui si dovrà trovare necessariamente una soluzione. A meno che la Bce – e la questione potrebbe essere affrontata già oggi del Supervisory board – non trovi un’alternativa, magari optando per un eventuale congelamento delle conseguenze negative della revisione.
Per capire di che si tratta bisogna però fare un passo indietro. E descrivere il metodo con cui le banche ponderano i rischi associati ai loro crediti. Il tema riguarda da vicino le banche che hanno adottato i modelli interni per la valutazione dei rischi di credito, i cosiddettiAirb. Modelli molto diffusi nelle banche europee più grandi. E che in Italia sono stati implementati, dopo un lungo processo di validazione, da sette banche: Intesa, UniCredit, Ubi, Banco Popolare, Mps, Credem e Bper. Il pregio dei modelli interni è che permettono di catturare meglio la rischiosità dei crediti rispetto a quanto fanno i modelli standard. Misurando il rischio in maniera più efficiente, le banche riescono a ridurre il peso dei Risk weighted asset (Rwa), ovvero la cifra che sta al denominatore del fatidico Cet 1 ratio, l’indice di solidità patrimoniale. Con un denominatore più basso, le banche di fatto risparmiano capitale, che possono quindi girare all’economia reale sotto forma di nuovi prestiti. O che semplicemente possono distribuire agli azionisti o utilizzare per operazioni straordinarie come le fusioni da tempo sollecitate.
Tutto bene? Sì, fin quando le cose vanno bene. Quando tuttavia si tratta di fare cessioni rilevanti di crediti in sofferenza, e di farle in fretta – come sta per fare Mps, e come sono destinati a fare anche altre banche – le cose cambiano. E in peggio. Nel ponderare il rischio, le banche devono infatti considerare anche la cosiddetta Loss given default (Lgd), ovvero la percentuale stimata di quanta parte del finanziamento viene perduta in caso di default. Una percentuale che cambia sulla capacità “storica” di una banca di recuperare valore dai crediti. Nel momento in cui la banca inizia a cedere crediti a un fondo (ad esempio) a prezzi più bassi di quanto atteso, e di quanto fatto in passato, le serie storiche vengono distorte in peggio, e le Lgd devono essere ricalibrate al rialzo. Con effetti pesanti sui risk weighted asset dei crediti in bonis, e quindi in ultima analisi sulla solidità degli istituti.
L’effetto finale per gli istituti che sono spinti a cedere rapidamente sofferenze per alleggerire il portafoglio – come Bce ha imposto a Mps, con una maxi-cessione entro il 2018 – è quindi doppiamente perverso. Da una parte gli istituti si ritrovano a registrare un impatto sul conto economico: e questo come noto accade perchè c’è una perdita causata dalla differenza tra il valoredegli Npl iscritto a bilancio e quello invece più basso che raccolgono dalla vendita (perdita che inevitabilmente va a incidere sul capitale). Ma, quasi fosse una sorta di secondo round, le banche devono assorbire un ulteriore effetto negativo dall’aumento degli attivi ponderati per il rischio causato dall’aumento delle perdite attese. Di fatto quindi, le banche accusano colpi sia sul numeratore del Cet 1 (che scende), che sul denominatore (che sale).
Il tema da tempo è all’attenzione degli organi di Vigilanza. E sul punto la Bce è apparsa ultimamente severa, tanto da aver già costretto diverse banche ad aggiornare i modelli secondo le nuove serie storiche. Ora però anche a Francoforte qualcuno ipotizza una sterilizzazione degli effetti diabolici delle cessioni di Npl sugli Rwa. Quanto meno per far sì che l’auspicata vendita di sofferenze non si trasformi, per l’intero comparto, in una doppia, violentissima, sberla.

Luca Davi

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