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La Cdu sceglie il nuovo leader ma non ancora il cancelliere

Il leader della Cdu eletto dai 1.001 delegati al Congresso dell’Unione cristiano-democratica il 16 gennaio, in modalità per la prima volta digitale per via della pandemia, sarà sicuramente un uomo. Questa è l’unica certezza di questa travagliata elezione-chiave in Germania. Il clima è talmente incerto che chi guiderà la Cdu questa volta non diventerà automaticamente cancelliere, cestinando quella storica prassi consolidata che ha contribuito a fare di Angela Merkel un gigante politico.

Uno dei tre candidati aspiranti, che sono Friedrich Merz (65 anni), Armin Laschet (59) e Norbert Röttgen (55), di certo metterà fine a un ventennio di leadership al femminile, prima Angela Merkel dall’aprile 2000 all’ottobre 2018 e poi Annegret Kramp-Karrenbauer (nota come AKK e delfino dalla cancelliera) leader per soli 14 mesi, dimissionaria dal febbraio 2020 perché finita troppo nell’ombra della cancelliera. Ma alla poltrona di cancelliere ambiscono, per ora dietro le quinte, tanto il ministro della Sanità Jens Spahn quanto il ministro-presidente della Baviera Markus Söder. ll candidato cancelliere di Cdu/Csu dovrebbe essere scelto e annunciato in primavera, per Pasqua.

Il ricambio alla guida della Cdu non assicura neppure l’arrivo di una grande svolta nell’Unione. La crisi del coronavirus ha rimesso Angela Merkel sul piedistallo della figura politica più amata dall’elettorato tedesco, complicando la modernizzazione del partito. Nessun candidato aspirante alla guida della Cdu può permettersi di prendere le distanze dalla cancelliera anche se il Covid-19 ha spazzato via il declino della Merkel, iniziato, stando a molti commentatori politici, con la decisione di far entrare in Germania un milione di profughi nel 2015. La cancelliera e leader della Cdu è stata additata come responsabile del tracollo alle elezioni generali del settembre 2017 (32,9% alla Cdu è il peggiore dal Dopoguerra). E proprio dopo il disastro delle elezioni in Assia nell’ottobre 2018, Merkel si è dimessa dalla leadership della Cdu e ha annunciato di non ricandidarsi alla cancelleria nel 2021. Aprendo di fatto la crisi nel partito.

Ora però la cancelliera gode di una popolarità senza rivali, è tornata l’amata Mutti per la sua gestione pacata, concreta e rassicurante della pandemia. Questo ritorno di notorietà ha avuto un effetto benefico sulla Cdu, riconquistando per il partito il 36% dei consensi degli elettori (era 41,5% nel 2013) un salto di 10 punti percentuali rispetto al 26% dell’estate 2019 quanto l’Unione sotto l’insipida guida di AKK ha rischiato il sorpasso dai Bündnis 90/Die Grünen.

A una manciata di giorni dalle votazioni del leader nel congresso Cdu del 15-16 gennaio (con nomina confermata il 22 gennaio dalle votazioni per posta) non è chiaro fino a che punto l’Unione sia disposta ad allontanarsi dalla corrente di centro-social democratica merkeliana, con un riposizionamento verso l’ala più conservatrice; non si capisce se i tempi siano maturi per evolversi dall’economia sociale di mercato all’economia ecologica di mercato e mantenere così i consensi elettorale riconquistati – forse solo temporaneamente – con la pandemia. Resta anche da capire se la Cdu, al governo dal 2017 con i socialdemocratici, possa tollerare una nuova forma di coalizione, dopo le elezioni federali del 26 settembre, per la prima volta di colore nero-verde e cioè Cdu/Csu e Bündnis 90/Die Grünen. Anche in questa chiave, un cancelliere diverso dal leader della Cdu servirebbe ad ampliare i margini di manovra: per evitare un Merz leader e cancelliere con i Verdi in una coalizione di governo, si pensa già a un cancelliere meno rigido come Spahn o Söder che in pandemia sono più merkeliani.

La campagna elettorale dei tre candidati che mirano a guidare la Cdu riflette questo clima di grande incertezza che deprime i 1.001 delegati al congresso e gli elettori. La nomina del leader della Cdu è infatti legata a doppio filo alla conquista della vittoria delle elezioni federali: il nuovo leader deve essere popolare nella stretta cerchia dei membri del partito e su scala nazionale. Sarà anche per questo che nei programmi, nelle interviste, nei contributi sui social network, i tre candidati alla leadership Cdu vanno sul sicuro dicendo più o meno le stesse cose di buon senso: tutti e tre promettono di unire il partito ora dilaniato da correnti di sinistra, centro e destra; si dichiarano fortemente europeisti; alzano uno scudo contro il rischio di rialzo delle tasse per rimettere in ordine i conti pubblici post-crisi; aprono alle politiche verdi contro il cambiamento climatico ( sull’ambiente Laschet e Merz hanno qualche scheletro nell’armadio); premono per più digitalizzazione e più investimenti post-Covid. Merz si è sbilanciato con posizioni più conservatrici sull’immigrazione e sul ritorno al pareggio di bilancio.

I tre hanno avuto destini incrociati: vengono dalla Renania settentrionale Vestfalia e sono entrati nel Bundestag nello stesso anno, il 1994. Solo uno dei tre ha una marcia in più politica: Laschet è l’attuale ministro-presidente del NRW (lo è dal 2017) ed è l’unico che vanta un’esperienza nel governare. E questo, oltre al fatto di essere moderato e merkeliano, lo rende un rivale temibile: Merz è stato a lungo in testa ai sondaggi ma sta perdendo posizioni con l’avvicinarsi del voto.

Rispetto a Laschet, gli altri due candidati sono politici falliti in termini merkeliani. Merz ha incassato una grande sconfitta nel 2002 proprio ad opera di Merkel, che lo spodestò da presidente del gruppo parlamentare Cdu/Csu. Da allora Merz non si è più ripreso politicamente: è uscito dal Bundestag nel 2009 e ha fatto carriera a BlackRock, un’etichetta che ora lo rende più preparato ai temi economici e finanziari come asset nel dopo-Covid, ma lo macchia di un’appartenenza a quel tipo di finanza speculativa che molti tedeschi rifuggono. Merz ha subìto una seconda imbarazzante sconfitta, dopo essersi tenuto 14 anni alla larga dalla politica: ancora una volta nei panni dell’anti-Merkel, a fine 2018 è stato battuto nella gara alla leadership del partito da AKK, protetta dalla cancelliera. Anche Röttgen, dal 2014 presidente della commissione Affari Esteri al Bundestag, non ha avuto la meglio quando si è scontrato con Merkel: la cancelliera lo licenziò in tronco come ministro federale dell’ambiente nel 2012 per sostituirlo con Peter Altmaier. Per diventare leader della Cdu ora forse bisogna essere più merkeliano della Merkel.

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