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La Cdp studia il dossier stima choc sulle perdite 3 miliardi per altri tre anni

Dalle parti della Cassa Depositi e Prestiti si respira aria di cautela sul tema di un intervento nell’Ilva anche se il dossier continua a essere allo studio. Non a caso, l’amministratore delegato Giovanni Gorno Tempini ieri ci ha tenuto a ricordare i concetti già espressi qualche settimana fa. «Cdp ha dei limiti, che sono noti. Ho detto anche che il settore è importante e che lo stiamo studiando con grande attenzione – ha detto il manager – I commenti preferisco farli nel momento in cui vi sono ipotesi per noi più lavorabili, sappiamo fino a dove arrivare e sulla base di quello facciamo i nostri compiti ».

Dunque la matassa non è facile da sbrogliare, il settore siderurgico è considerato importante per l’Italia ma al momento non si intravede una strada entro la quale la Cassa possa incanalarsi per apportare le proprie risorse finanziarie e strategiche. L’Ilva così com’è non è infatti “investibile” per il Fondo Strategico Italiano (il braccio operativo della Cdp negli investimenti diretti) perché è una società in perdita e la Cdp, benché di proprietà pubblica, investe il risparmio dei privati e dunque deve assicurare un ritorno sugli investimenti. Insomma non può fare la “nave ospedale” al contrario dell’Iri di un tempo. Proprio per questo Gorno e Maurizio Tamagnini (l’ad del Fsi) si sono messi nelle settimane scorse a studiare delle ipotesi alternative che prevedono l’intervento a fianco di un socio privato che potesse rendere più consistente l’operazione di salvataggio. Così sono spuntati i dossier Arvedi e anche Arcelor- Mittal ma anche queste due strade al momento sembrano senza sbocco concreto. Il gruppo Arvedi, benché in attivo, non pare abbia le spalle sufficientemente larghe per sostenere l’impegno. Anche perché, in base a uno studio commissionato dallo stesso Arvedi alla McKynsey, l’Ilva nei prossimi tre anni dovrebbe continuare a perdere in maniera consistente, nell’ordine dei 2,5-3 miliardi. Dunque un impegno difficilmente sostenibile per un imprenditore italiano a cui si aggiunge la scarsa abitudine a gestire l’azienda insieme a un socio di minoranza, che in questo caso non può non avere voce in capitolo. Proprio per questi motivi gli uomini della Cassa vedono più percorribile l’ipotesi Arcelor-Mittal, visto che si sta parlando di un grande gruppo internazionale che fattura 58 miliardi e produce 120 milioni di tonnellate d’acciaio all’anno. Nato da una fusione, nel 2006, tra l’indiana Mittal e i francesi di Arcelor notoriamente protettivi verso le proprie aziende, potrebbe accettare di buon grado l’ingresso della Cdp come azionista di minoranza a garanzia degli interessi italiani volti a evitare eccessivi sacrifici per il personale. Ma il gruppo francoindiano avrebbe chiesto un ritorno dell’operatività a regime per gli impianti di Taranto e ciò si scontra con il blocco imposto dalla magistratura e le richieste di bonifica miliardarie.
Viste queste difficoltà, il governo Renzi sta virando verso un intervento più deciso da parte dello Stato con la richiesta di amministrazione straordinaria. Ma anche in questo caso qualcuno dovrà comunque finanziare le perdite dei prossimi anni e l’utilizzo della Cassa a questo scopo non pare compatibile con il suo mandato. A meno di non utilizzare uno schema tipo Alitalia, good company e bad company, ma occorre ricordare che quello schema fu a suo tempo osteggiato dallo stesso Gorno Tempini che arrivò a minacciare le dimissioni pur di non far coinvolgere Cdp nel salvataggio della compagnia di bandiera.
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