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la Cattedrale del Lavoro ora è un Grattacielo

Con i suoi 4 mila impiegati il nuovo quartier generale dell’Unicredit a Milano Porta Nuova si avvia a diventare quella che lo storico Giulio Sapelli chiama, con un pizzico di ironia, «la maggiore concentrazione di percettori di reddito dipendente» della città. La sorpresa (relativa) è che la nuova cattedrale del lavoro milanese sia alla fine una banca e non una fabbrica. Un cambiamento che si presta a essere catalogato come «epocale» laddove i monumenti dell’industrialismo si chiamavano Alfa Romeo (auto), Falck (siderurgia), Tibb (elettromeccanica), Sit-Siemens (telecomunicazioni), ognuno popolato da migliaia e migliaia di addetti. A segnare il cambio di stagione è anche una coincidenza temporale: proprio mentre i vertici dell’Unicredit presentavano i loro nuovi headquarter è arrivata la notizia del nuovo accordo di programma per le aree ex Alfa di Arese, dove si produceva la Giulietta nascerà un ipermercato del gruppi Finiper. È il trionfo di un terziario che fortunatamente crea investimenti, promette posti di lavoro e per di più li concentra dopo lustri in cui abbiamo assistito alla tendenza contraria. La grande industria via via si decentrava, diventava filiera, faceva dimagrire quelle grandi concentrazioni di lavoro che avevano contribuito a creare nel Novecento la forza del sindacato e della sinistra politica.
Walter Galbusera, segretario della Uil e memoria storica del sindacalismo meneghino, ricorda una Sesto San Giovanni simile a una vecchia Shanghai, «tutto un brulicare di tute blu e biciclette». Un aggregato industriale di almeno 40 mila operai suddivisi tra la Ercole Marelli, la Falck, la Magneti Marelli e la Breda. All’inizio degli anni 70 queste concentrazioni di lavoro facevano sì che la Flm avesse 183 mila iscritti, un esercito a pensarci oggi. Dal canto suo Arese è arrivata a dare lavoro a 20 mila tra operai e impiegati. «La disarticolazione è avvenuta nel giro di venti anni, dai ’70 ai ’90» scandisce Sapelli. Ricordando le vecchie fabbriche di Milano il rischio è solo quello di dimenticarne qualcuna. Galbusera rammenta il peso della Sit-Siemens che tra lo stabilimento di Castelletto e quello milanese di piazza Zavattari dava lavoro a più di 10 mila addetti. All’Innocenti di Lambrate ne lavoravano 5 mila e altrettanti all’Ansaldo o al Tibb di piazzale Lodi. «Numeri da capogiro, oggi ci siamo abituati a considerare importante sindacalmente un’azienda con cento dipendenti» sospira Galbusera.
Se la concentrazione Unicredit è nuova di zecca spostandosi di qualche chilometro a sud c’è un’altra ancora più grande nel comune di S. Donato Milanese. È il quartiere generale dell’Eni che ospita 8.800 dipendenti con la differenza però che qui siamo vicini alle autostrade mentre gli impiegati della banca sono nel centro della città a un quarto d’ora a piedi dal Duomo. «Certo è sorprendente che terziarizzando si riconcentri il lavoro — commenta Sapelli —. Penso però che dietro ci sia solo una ragione di taglio dei costi. Anche se non trascuro cosa può significare in termini di soggettività avere 5 mila persone tutte nello stesso posto». Quasi quasi lo si può considerare un nuovo esperimento sociale, una inversione a U della modernità. Da storico Sapelli ricorda il francese Jean Bouvier che, incaricato di scrivere le gesta del Crédit Agricole, raccontava già negli anni Venti «migliaia di impiegati che sciamavamo nei boulevard, entravano nei ristoranti e nei caffè».
Ma di non sole banche vivono le nuove concentrazioni del terziario milanese. In termini assoluti forse si può dire che la più grande azienda di Milano in realtà è il Comune con i suoi 16 mila dipendenti spalmati però per tutta la città. Nel nuovo palazzo della Regione Lombardia ne sono ospitati 3 mila tra impiegati e dirigenti. Aggregati importanti di terziario li troviamo anche tra le università e le cliniche. L’Humanitas di Rozzano conta 1.900 dipendenti, il Policlinico di più. L’Università Bocconi ne dichiara 1.400 e si sta ingrandendo. In questa mappa delle nuove attività postindustriali un posto importante ce l’avrebbero anche i grandi centri commerciali e il polo logistico di Segrate ma trattandosi di attività non labour intensive i numeri degli addetti sono molto più bassi.
Davanti a questa rivoluzione in parte attesa (il tramonto della fabbrica) e in parte no (la concentrazione del terziario) Galbusera da buon sindacalista non può non trarne conseguenze per l’azione di rappresentanza. «Questi cambiamenti dovrebbero costituire una grossa opportunità per un sindacato moderno — dice —. Cambiano i luoghi di lavoro, seppur lentamente si avvicendano le generazioni e noi di conseguenza dovremmo trasformare il nostro modo di pensare. Perché dobbiamo dirci la verità: oggi siamo oggettivamente vecchi».

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