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La Cassazione sdogana il concordato in continuità anche «indiretta»

La Cassazione sdogana il concordato in continuità indiretta. Con un’importante sentenza depositata ieri, la 29742, la Prima sezione civile mette nero su bianco che «il concordato con continuità aziendale disciplinato dall’articolo 186-bis della Legge fallimentare è configurabile anche quando l’azienda sia già stata affittata o sia destinata a esserlo».
Nella lettura della Corte, infatti, è del tutto «indifferente» la circostanza che, al momento dell’ammissione al concordato o anche solo al momento della presentazione della domanda, l’azienda sia esercitata dal debitore o, come avviene nell’ipotesi dell’affitto, da parte di un terzo.
La pronuncia mette un punto fermo su una questione assai controversa, che ha visto divisi sia i giudici di merito sia la dottrina, anticipando nelle conclusioni quanto prevede la riforma della disciplina delle crisi d’impresa, da pochi giorni approvata in Consiglio dei ministri e ora all’esame del Parlamento.
La Cassazione, a legislazione vigente, valorizza un’interpretazione della legge 134/2012 come espressamente favorevole alla prosecuzione dell’attività d’impresa sia sul piano oggettivo sia sul piano soggettivo. A questo proposito l’accento non può che cadere sulla disciplina dei contratti in corso di esecuzione oppure su quella relativa ai finanziamenti.
Piuttosto, afferma la Corte di cassazione, si potrà fare riferimento a una diversa gradazione di continuità nel contesto del concordato. Una più forte, quando il concordato prevede il pagamento dei creditori attraverso la prosecuzione dell’attività d’impresa da parte del debitore, e un’altra più debole, meno evidente, quando il risanamento viene attuato attraverso una serie di attività strumentali alla cessione dell’azienda in esercizio, come l’affitto, eventualmente accompagnato da una proposta irrevocabile d’acquisto a un prezzo garantito. Nell’evidenza che più debole sarà la continuità quanto più vicina sarà la perdita di contatto dell’imprenditore con la propria azienda.
«Nell’ambito poi – osserva la sentenza della Cassazione – della valorizzazione in termini oggettivi della prosecuzione dell’attività d’impresa, sembra potersi ritenere affatto indifferente la circostanza che, al momento dell’ammissione al concordato o del deposito della domanda, l’azienda sia esercitata dal debitore o, come nel caso dell’affitto della stessa, da un terzo, in quanto, in ogni caso, il contratto di affitto costituisce un semplice strumento per giungere alla cessione o al conferimeto dell’azienda senza il rischio della perdita dei valori intrinseci, primo tra tutti l’avviamento, che un suo arresto, anche momentaneo, produrrebbe in maniera irreversibile».
Per la Corte è chiaro che l’attenzione del legislatore si è concentrata sull’azienda in esercizio come mezzo anche per il pagamento dei creditori, indipendentemente dalla circostanza che questa sia amministrata dal debitore o da soggetti diversi.

Giovanni Negri

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