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La Cassa? Vale il doppio dell’Iri

La potenza di fuoco della Cassa depositi e prestiti è più che doppia rispetto all’Iri degli anni d’oro. Anche nel suo recinto c’è (o ci sarà) un po’ di Finmeccanica (Avio e Ansaldo Energia), ci sono i cantieri navali (Fintecna), gli aeroporti (Napoli e Milano anziché Roma), le telecomunicazioni (Metroweb invece della Stet, denominatore comune Vito Gamberale), e alcuni tratti d’asfalto (il Brennero e la Cisa al posto di Autostrade). Le analogie, però, per ora si fermano qui: la Cassa ha più benzina, ma sembra correre in un’altra direzione, se non altro perché ha spesso partner ai quali rendere conto.
La ricerca
Rispetto all’Iri del 1983, anno del picco d’investimenti (50.656 miliardi di lire, presidente Romano Prodi), i dipendenti e le aziende della Cassa sono di meno, i ricavi dalle partecipate maggiori, il modello diverso. L’universo Cdp e l’Istituto di ricostruzione industriale ispirato nel ’33 dal tipografo Alberto Beneduce (che divenne nella fase finale un carrozzone di Stato) sono stati accomunati per il crescente peso della Cassa nell’economia italiana (è del 9 novembre il perfezionamento dell’acquisto di Fintecna, Sace e Simest). Ma hanno matrici distanti.
Lo dice l’analisi condotta da CorrierEconomia con l’Università Bocconi. L’équipe del prorettore Stefano Caselli ha spulciato i bilanci dell’Iri dal 1979 al 1983, per delineare un perimetro di confronto. Vediamo i risultati, con una premessa: più che un raffronto scientifico è un gioco, sia per la difficoltà di rintracciare dati omogenei sia per la differente missione: Cdp usa il risparmio postale, cioè i soldi dei cittadini, deve investire con prudenza e spesso rileva quote di minoranza attraverso i fondi, in coinvestimento con altri soci.
Partiamo dal dato più indicativo: l’attivo consolidato, cioè il valore delle partecipazioni. Nell’83, quello dell’Iri era di 84.268 miliardi di lire, dice la Bocconi. Ai valori attuali, sono circa 138 miliardi di euro (vedi grafici e box): meno della metà dei 296,6 miliardi registrati dalla Cassa depositi e prestiti nell’ultima semestrale. Attenzione, però, di questi solo 20,248 miliardi, meno del 10%, sono riferiti a partecipazioni e titoli azionari, il resto sono strumenti di debito, prestiti a enti locali e imprese. I 138 miliardi dell’Iri, invece, erano tutti o quasi in quote d’aziende.
Veniamo al portafoglio. A dispetto del minore attivo, l’Iri aveva più aziende della Cassa attuale. Erano almeno 541 le sue partecipate nell’83, rivela l’analisi: 467 imprese industriali e 74 banche (in testa Comit, Credito Italiano, Banco di Roma). Con 515.800 dipendenti, queste aziende generavano ricavi per 26.997 miliardi di lire, come dire 60 miliardi di euro oggi. Per la Cassa depositi e prestiti non c’è un dato comparabile, si arriva però a una stima per difetto di 325 aziende sommando le partecipazioni dirette (Eni, Terna, Sace, Simest, Fintecna, Gasdotto Tag) a quelle attraverso i fondi maggiori (F2i, Fii, Fsi, Ppp Italia, Inframed, Marguerite, vedi grafico): e sono comprese le 256 partecipazioni di Simest, da Parmacotto a Pomellato in Cina. Quanto agli occupati, sono almeno 119.718 quelli dell’universo Cdp (escluse le società Simest), mentre i ricavi delle maggiori partecipate, dirette e indirette, sono sui 166 miliardi, il triplo dell’Iri.
I beni dei comuni
La difficoltà di comparare i due enti viene da un fatto: buona parte degli investimenti in equity della Cassa è con altri partner attraverso i fondi, che fra l’altro entrano nelle aziende, ma con l’obiettivo di uscirne, guadagnando. L’ultimo nato si chiama Fiv Plus ed è l’undicesimo: controllato al 100% da Cdp e con un miliardo di capitale, investirà nella «valorizzazione ed eventuale messa sul mercato degli immobili degli enti pubblici», spiega la Cassa: compera i palazzi che comuni e regioni dovranno dismettere per far quadrare i conti. Poi cercherà di rivenderli. Basta questo per capire la differenza sostanziale fra la Cassa del 2012, guidata da Giovanni Gorno Tempini e presieduta da Franco Bassanini, e l’Iri. Quella investiva direttamente nelle aziende, dall’Alitalia alla Stet, questa soprattutto nei fondi: di private equity, immobiliari, stranieri, italiani, che a loro volta investono soldi. Ovunque.
C’è il Fondo strategico (Fsi) che ha deliberato d’investire in Metroweb, Avio ed Hera e c’è il Fondo italiano d’investimento (Fii) che ha un piede ormai in 26 piccole e medie imprese, come la True Star che imballa le valigie nella plastica all’aeroporto. C’è l’F2i di Gamberale che si è preso una fetta della quotanda Sea (parte oggi l’offerta pubblica) e il fondo Marguerite entrato nell’autostrada spagnola verso i Paesi Baschi. C’è Inframed che ha il 20% del porto turco di Iskenderun e c’è Ppp Italia con i suoi nove investimenti (sette nel fotovoltaico). Una leva portentosa, i fondi: con i maggiori, ormai Cassa è dentro 51 aziende. Senza investire un patrimonio.
Mentre nel portafoglio dell’Iri nel 1983 c’era davvero tutta l’industria italiana. Tolto l’alimentare, la parte del leone la facevano le banche (30,33% del valore netto patrimoniale), seguiva la siderurgia (19% con Finsider), poi le telecomunicazioni (18,6%, in testa Stet) e la meccanica (10,58%), con Finmeccanica e Alfa Romeo. Quindi le autostrade, la Rai, Tirrenia. Certo, proprio l’Avio e la piccola Ansaldo Energia sono ora nel mirino di Fsi, il fondo più grande di Cdp. E nel consiglio di Fsi siede anche Alessandro Pansa, che di Finmeccanica è il direttore generale. «Nessuna marcia indietro», dice Bassanini. Ma ecco, forse è sul futuro il vero punto di domanda per la Cassa.

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