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«La Cassa di Stato? Deve passare per Piazza Affari»

Quotare in Borsa la Cassa Depositi e Prestiti (Cdp). È la proposta di Innocenzo Cipolletta, economista e, da maggio, presidente dell’Aifi, l’associazione italiana dei fondi di private equity: gli investitori che entrano nelle aziende per rivenderle o portarle in Piazza Affari, guadagnandoci. «Vedrei bene una Cdp quotata — dice —. Questo ridurrebbe la presenza dello Stato nell’ente, in termini quantitativi e qualitativi. E risolverebbe il grosso problema delle fondazioni bancarie, se usciranno dal capitale». Ex presidente di Ferrovie dello Stato, Sole 24 Ore e Marzotto, ex direttore generale di Confindustria, Cipolletta è nella singolare posizione di avere la Cassa depositi e prestiti (che quest’anno pesa più o meno per la metà sugli investimenti di tutto il private equity, vedi box) contemporaneamente socia e rivale (di Stato) nell’Aifi.
Partecipata al 70% dal Tesoro e al 30% dalle fondazioni bancarie (che stanno decidendo se e quanto convertire in ordinarie le loro azioni privilegiate, o uscire), Cdp è infatti azionista del Fondo italiano (Fii), del Fondo strategico (Fsi) e di F2i: tutti fondi di private equity, due di loro (Fsi e Fii) da quest’anno con tanto di rappresentante nel consiglio dell’Aifi.
Quanto della Cassa dovrebbe andare in Borsa?
«Si può cominciare con la quota che si libera delle fondazioni. Ma anche di più, con lo Stato che scende gradualmente. Potrebbero entrare i fondi istituzionali e dare trasparenza: i fondi pensione, o fondi sovrani come quello del Qatar. Potrebbero portare avanti operazioni insieme. Il loro obiettivo è la remunerazione, ma la Cassa è redditizia».
Sarebbe un’eccezione europea: le analoghe Casse tedesche e francese sono dello Stato.
«Sì, ma può funzionare. Per i fondi istituzionali sarebbe un intervento finanziario e la Cassa avrebbe un ruolo più strutturale che di finanza».
Quanto vi disturba la concorrenza dello Stato?
«Guardi, tutti gli Stati europei stanno approntando gli strumenti per rafforzare il capitale delle piccole e medie imprese: la Francia con la Caisse des Dépôts, la Germania con la Kfw, l’Inghilterra ha costituito una banca apposita. L’Italia è arrivata buon ultima con Fsi e Fii, ma resta un fatto positivo. L’importante è che si entri nelle aziende per farle crescere e uscirne, non per salvataggi o aggregazioni. Che ci sia cultura di mercato».
E non c’è?
«C’è in Bassanini e Gorno Tempini, il presidente e l’amministratore delegato della Cassa: hanno inserito nel Fondo strategico regole che evitino l’ingresso in situazioni di difficoltà. Se resta così, la Cdp è un buon complemento. Ma questo presuppone che la Cassa resti fuori dalle situazioni politiche. E vedo affollarsi proposte preoccupanti».
Intende i casi Finmeccanica e Generali?
«Sì. Se per tutte le dismissioni di Finmeccanica si pensa a Cdp e per mantenere gli equilibri nelle Generali, dove la Banca d’Italia deve vendere, si pensa a Cdp, come sta accadendo, un timore nasce».
Ma nessun fondo di private equity si è fatto avanti sull’Ansaldo Energia di Finmeccanica. La Cdp ha invece fatto un’offerta».
«Operazione difficile. O è un ponte verso il trasferimento a soci industriali in tempi certi, o rischia di drenare risorse per sempre».
E Generali?
«Lo stesso. L’italianità finisce per essere l’elemento principale rispetto allo sviluppo. Non vedo un ruolo strategico di Cdp, neanche nell’ipotesi che ci fosse uno scambio di azioni. Meglio sarebbe, se si vuole mantenere l’assetto attuale, se la quota di Banca d’Italia fosse divisa fra i soci di Trieste».
L’Avio però vi piace…
«È una bella operazione. Se Fsi vuole esserne partner non ci vedo niente di male. Potrebbe anzi dare stabilità all’azienda, evitando che altri ne acquisiscano soltanto la capacità produttiva».
La Cassa può pagare meno di voi le aziende. Concorrenza sleale?
«No. Può accontentarsi di una remunerazione più bassa, è vero, ma lavora sulle minoranze e in Italia la gran parte delle operazioni del private equity è sulle maggioranze. Certo, se si mettesse a raccogliere denaro ci sarebbe concorrenza, l’inaridirsi della raccolta in Italia è un problema per noi. C’è stato un periodo in cui attiravamo risorse dall’estero, ma con la crisi dell’euro il flusso si è bloccato».
E se Cdp si quotasse?
«Sarebbe più corretto, perché avrebbe interesse a massimizzare gli utili».
Che anno sarà il 2013?
«Ancora difficile, ma per i nostri investitori possono esserci opportunità. I prezzi delle aziende sono scesi e gli imprenditori cominciano ad abituarsi ad avere soci come i fondi, anche grazie all’intervento dello Stato».
Che settori si aprono?
«Le aziende degli enti locali, il mercato del trattamento rifiuti. E le start-up».
Rischiate però di restare bloccati. La Borsa come canale di sbocco è ferma.
«Con la Consob, la Borsa sta cercando di rendere più semplici le quotazioni. Ma usciremo dall’impasse quando finirà la crisi dell’euro».
Se sente la parola locuste che cosa risponde?
«Espressione del passato».

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