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La “casa” di Prada torna in Italia

Riorganizzazione del gruppo Prada, atto secondo. Ieri infatti la società, quotata ad Hong Kong, ha reso noto la parte successiva alla pace con il Fisco, siglata nel dicembre scorso, quando la maison della moda pagò una somma vicina a 400 milioni all’Agenzia delle Entrate per chiudere le pendenze tributarie.
Ora il gruppo procede – come aveva già annunciato di voler fare – alla razionalizzazione della catena societaria e al rientro in Italia delle scatole a monte della spa operativa (quotata). I prossimi passaggi saranno dunque la fusione delle due holding a monte: quella immediatamente sopra la spa, l’olandese Prada Holding Bv (che controlla l’80% di Prada, mentre il resto è flottante) verrà fusa nella lussemburghese Gipafin sarl – che la controlla al 100% – e alla fine del processo la nuova e unica entità prenderà il nome di Prada holding sarl.
Successivamente – il processo di fusione dovrebbe essere concluso entro l’anno – la società tornerà in Italia, come sede sociale, mentre dal punto di vista fiscale le holding sono già state rimpatriate. La struttura è figlia dell’accordo con l’Agenzia delle Entrate, quando nell’ambito della voluntary disclousure è stato riportato in Italia il baricentro fiscale di Prada Holding. Diversa è stata invece la sorte dei due patron del gruppo, Miuccia Prada e il marito Patrizio Bertelli, finiti sul registro degli indagati della Procura di Milano. L’accusa, per l’amministratore delegato del gruppo e per la stilista è quella di «infedele dichiarazione dei redditi » e riguarda i due in quanto persone fisiche mentre la società non è coinvolta nel procedimento.
Tornando al processo di semplificazione in corso, le manovre di aggiustamento del gruppo Prada dovrebbero continuare anche con le altre società ancora più a monte nella catena di controllo; di sicuro, tutte torneranno in Italia come sede legale.
Il rapporto tra Fisco, società esterovestite e grandi marchi italiani non è stato sempre idilliaco, ma negli ultimi tempi la tendenza è stato sempre più a riportare in Italia il baricentro societario del fashion. Nel settembre di un anno fa Diego Della Valle ha ”rimpatriato” in Italia la Dorint, la holding costituita in Lussemburgo 20 anni fa, assorbita nella capogruppo italiana. Ancora prima – nel 2009 – si era mosso un altro grande marchio italiano, Barilla, che aveva spostato dal Lussemburgo a Parma la sua FinBa (diventata Bafin).
Ben più travagliata la vicenda di Dolce&Gabbana. Domani dovrebbe arrivare la parola fine, da parte della Cassazione, dopo lo slittamento dell’udienza per l’evasione fiscale contestata agli stilisti Domenico Dolce e Stefano Gabbana. I due erano stati condannati a un anno e sei mesi dalla Corte d’Appello di Milano. I due stilisti siciliani sapranno se saranno dunque riconosciuti innocenti – come si sono sempre dichiarati – o invece subiranno una condanna per omessa dichiarazione di redditi inerenti alla estero vestizione della Gado, la società lussemburghese che possedeva i marchi del gruppo.
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