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La carriera limpida salva il posto

L’irreprensibile condotta decennale e la volontà di riparare il danno salva dal licenziamento il dipendente che intasca il rimborso di un viaggio che non ha fatto. La Corte di cassazione, con la sentenza 22321 depositata ieri, accoglie il ricorso di un lavoratore contro la decisione dei giudici di appello che avevano considerato legittimo il licenziamento inflitto dalla società di distribuzione multinazionale per cui lavorava. Sia il tribunale del lavoro di Roma sia la Corte d’Appello della stessa città, avevano considerato meritata la massima sanzione applicata al lavoratore che aveva richiesto e incassato un rimborso spese relativo a una trasferta fatta da un suo collega e a quest’ultimo liquidata.
La gravità del fatto, ad avviso dei giudici di merito, stava nell’intenzionalità di un’azione che era tale da ledere irrimediabilmente il vincolo di fiducia, a prescindere dalla scarsa entità del danno dal punto di vista economico: la somma indebitamente percepita era di 249 euro. A scongiurare il licenziamento non era valsa neppure l’intenzione di riparare restituendo i soldi ingiustamente incassati, né la dichiarazione di aver agito in buona fede, commettendo un errore nel compilare la nota spese. Svista che si chiedeva di perdonare anche in considerazione di una specchiata carriera trentennale nel corso della quale al dipendente non era mai stato fatto alcun richiamo disciplinare.
Più comprensiva la Cassazione che sottolinea la contraddizione della sentenza impugnata. I giudici di merito non avevano dato il giusto rilievo alle discordanze contenute nelle dichiarazioni dei testimoni che affermavano che il ricorrente si era risolto a restituire i soldi solo dopo aver saputo che era in arrivo una contestazione nei suoi confronti.
Sia il tribunale di prima istanza sia la Corte d’Appello pur consapevoli dell’assenza di una prova piena sulla malafede, avevano deciso che il lavoratore si era appropriato della somma nella consapevolezza che non gli spettasse. «Tale evidente contraddizione motivazionale – si legge nella sentenza della Corte – incide sia sulla valutazione dell’elemento soggettivo della gravità del comportamento addebitato al lavoratore, sia sul giudizio di proporzionalità della sanzione inflitta». Sciogliere il nodo dell’intenzionalità – secondo i giudici della sezione lavoro – era fondamentale per capire se la decisione di lasciare in piedi il rapporto poteva danneggiare l’azienda che, per raggiungere i suoi obiettivi, deve poter contare sulla correttezza dei dipendenti e sulla loro volontà di svolgere con diligenza gli obblighi assunti. Aspetto anche questo sottovalutato nei precedenti gradi di giudizio che non avevano dato alcun peso alla buona condotta tenuta nel corso degli anni. Il lavoratore era, infatti, arrivato alle soglie della pensione senza aver alcuna macchia nel suo curriculum.
Per queste ragioni la Corte invita la Corte d’Appello, in una diversa composizione, a tornare suoi suoi passi, mettendo su un piatto della bilancia le incertezze riguardo al dolo e su un altro le certezze di una carriera senza incidenti di percorso.
La sentenza depositata ieri va in controtendenza rispetto all’indirizzo della Cassazione che è prevalentemente per la tolleranza zero nel caso di furti commessi all’interno dell’azienda, anche quando il valore della cosa sottratta è del tutto irrilevante.
Con la sentenza 1814 del 2013, la stessa sezione lavoro ha giudicato legittimo il licenziamento di un dipendente che aveva rubato lo zainetto, dato in dotazione dall’impresa, a un collega. Inutile il tentativo di minimizzare il gesto con la giustificazione che lo zainetto era vuoto. Fatti del genere – secondo i giudici- turbano la serenità dell’ambiente di lavoro, oltre a incrinare la fiducia del datore.
Per la Suprema corte (sentenza 20722/2010) il furto commesso dal dipendente giustifica anche l’utilizzo delle riprese che lo inchiodano, facendo rientrare i filmati nel sistema dei controlli difensivi.

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