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La carica delle tasse nei Comuni in crisi

Imu e addizionale Irpef ai massimi, tariffe dei servizi alle stelle, almeno fino al 2022. È la prospettiva certa per gli oltre due milioni di italiani che vivono nei Comuni alle prese con il tentativo di salvarsi in extremis dal dissesto, aggrappandosi al meccanismo anti-default messo a disposizione dal decreto enti locali di novembre (il Dl 174/2012). Per il bilancio dello Stato, il primo effetto sicuro è l’esborso di 550 milioni, che sono destinati alle iniezioni di liquidità quest’anno agli enti più in difficoltà e che dovranno essere recuperati attraverso i risparmi ottenuti dalle amministrazioni impegnate nei piani di riequilibrio. Per il risanamento effettivo di questi Comuni, però, la sorte è decisamente più incerta, perché sugli squilibri che hanno reso cortissimo il fiato dei loro bilanci pesano difficoltà che in molti casi appaiono solo sfiorate dai piani di rientro messi nero su bianco per aderire alle misure anti-default.
Al primo giro di giostra hanno aderito 47 enti locali, 32 dei quali hanno chiesto anche l’anticipazione per riuscire a pagare stipendi e spese obbligatorie anche nell’anno di avvio (altri sette enti hanno già presentato domanda nelle prime settimane del 2013, ed entreranno quindi nella seconda tornata). Il fatto che 15 enti abbiano rinunciato alla richiesta dell’assegno iniziale è una buona notizia per gli altri, che potranno contare su un’anticipazione da 240 euro per abitante. L’assegno statale, ovviamente, arriverà solo se la Corte dei conti approverà i piani di riequilibrio varati dalle amministrazioni locali.
Proprio qui sta il punto. Se si spulcia fra i commi e le tabelle dei piani scritti da Comuni e Province interessati all’anti-dissesto, emergono chiari due elementi: l’enormità degli squilibri e le incognite che pesano sulle misure chiamate a cancellarli.
Nella prima pattuglia dei Comuni in super-crisi tocca a Napoli il ruolo da protagonista. La montagna da sanare in dieci anni è alta 3,2 miliardi di euro e si accumula sul disavanzo di gestione (850 milioni nel consuntivo 2011), sui costi del contenzioso per mancati pagamenti (500 milioni attesi nei prossimi cinque anni), sulle multe non riscosse (220 milioni) e così via. Fatte le debite proporzioni, comunque, le altre città non sfigurano al confronto del colosso partenopeo. Catania denuncia «fattori di squilibrio» per 528,8 milioni, a Messina i milioni da recuperare sono 392,4, a Reggio Calabria il commissario punta a 124,2 milioni e anche i centri più piccoli, come Cosenza (100 milioni) o Benevento (34 milioni) non sono da meno.
Come si risale una china così ripida? Il primo strumento è l’innalzamento al massimo dei tributi locali (tema meno sentito nelle Province, come Catania e Potenza, che hanno chiesto l’adesione all’anti-dissesto) e la revisione di tutte le tariffe per coprire integralmente i costi annuali dei servizi. A Napoli, sempre per restare al caso più pesante, solo l’aumento dell’Irpef (con esclusione dei redditi fino a 18mila euro) dovrebbe portare 120 milioni. Il problema, però, a Napoli come a Catania, a Reggio Calabria come a Cosenza, è che la riscossione è sempre stata un problema e trasformare in incassi effettivi gli aumenti matematici calcolati sulle aliquote non sarà semplice. Gli stessi ostacoli si incontreranno nel pagamento delle maxi-tariffe per servizi che spesso hanno più di un inciampo.
Ai sacrifici parteciperanno anche i dipendenti comunali in termini di trattamenti accessori, ma in genere manca nei piani un programma vero di riorganizzazione. Messina, per esempio, cita espressamente le assunzioni possibili per legge, e Catania fa riferimento al turnover con anche una diminuzione dei risparmi frutto di emendamenti in consiglio. E se i risparmi diminuiscono già prima del varo effettivo, la strada dell’attuazione si presenta tutta in salita.

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