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La carica dei Pir verso 10 miliardi

Un ponte verso l’economia reale, ma anche un’occasione per diversificare il portafoglio. È questa in sintesi la definizione dei Pir, i piani individuali di risparmio, entrati nel nostro ordinamento con la legge di bilancio 2017. Caldeggiati da Assogestioni già dal 2011 per incoraggiare l’investimento a lungo termine e per far confluire capitali verso le piccole aziende italiane, questi prodotti ora sono una realtà. Al momento è una squadra di 35 elementi, ma l’offerta è destinata ad ampliarsi: molte Sgr stanno per lanciare sul mercato i fondi Pir e lo stesso stanno facendo le compagnie assicurative (polizze Pir) anche se la gamma è ancora limitata (ci sono tre prodotti, uno di Cnp Partners e due di Reale Group). Hanno poi lasciato i blocchi di partenza i primi due conti Pir in regime di risparmio amministrato (targati Directa Sim e Invest Banca), mentre gli Etf Pir sul mercato sono due (entrambi a marchio Lyxor). Portano inoltre la firma di AcomeA Sgr e Banca Finnat i primi fondi Pir quotati in Borsa.
I piani individuali di risparmio possono essere proposti anche da una compagnia assicurativa o da altro intermediario aprendo un conto ad hoc o con una gestione patrimoniale, investendo su strumenti (azioni, bond, etc) in linea alla normativa Pir. Tanto per avere un’idea del fenomeno, le stime iniziali del governo sulla raccolta per il 2017 erano di 2 miliardi e in questi giorni la cifra è stata rivista a 10 miliardi. E c’è chi dice tra gli operatori che sarà ulteriormente ritoccata verso l’alto.
I Pir possono essere creati ex novo, oppure nascere da prodotti pre-esistenti che si sono adeguati in un secondo tempo alla normativa. Oggi sono questi ultimi ad avere il ruolo predominante, anche perché forti di un patrimonio già esistente. Alla fine del primo trimestre di quest’anno secondo i dati diffusi da Assogestioni il patrimonio ammontava a 1,9 miliardi. Al momento, stando alle anticipazioni di alcuni gruppi, la raccolta avrebbe già raggiunto i 3 miliardi, rispetto agli 1,1 miliardi di fine marzo.
Il punto di forza dei Pir è l’aspetto fiscale: chi acquista questi strumenti è esentato dalla tassazione sui redditi da capitale e sui redditi diversi, a patto che mantenga l’investimento per almeno cinque anni e che il 70% della somma sia investita in strumenti finanziari emessi da imprese italiane o con stabile organizzazione in Italia. Di tale quota, il 30% (il 21% dell’importo complessivo) va destinato ad azioni od obbligazioni emessi da aziende che non appartengano all’indice Ftse Mib di Borsa Italiana o indici equivalenti di altri mercati regolamentati. Non è possibile investire più del 10% in uno stesso emittente e lo stesso limite è stabilito anche per la liquidità sul conto corrente.
Un altro paletto riguarda la titolarità: ciascuna persona fisica non può essere titolare di più di un Pir e si può investire al massimo 150mila euro in totale per piano in cinque anni e al massimo 30mila euro l’anno.
Insomma, quello dei Pir è un settore che ha già catturato molto interesse da parte di operatori, investitori e piccole aziende. E questo interesse è destinato a crescere, anche se il quadro normativo e fiscale su alcuni aspetti è ancora da definire (si attende la Circolare dell’Agenzia delle entrate e la conversione in legge del Decreto n.50), ma la strada è aperta a innovazioni, tanto che c’è già chi parla di Pir 2.

Isabella Della Valle

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