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La carica dei fondi in banca Arrivano tutti dall’estero Vogliono (soprattutto) contare

L’ordine della Banca d’Italia a Silvio Berlusconi di vendere la sua quota in Mediolanum oltre il 9,9% è stato un unicum nel sistema bancario, almeno per quanto riguarda istituti quotati e di così grandi dimensioni come il colosso bancario-assicurativo. Un colosso, Mediolanum, creato da Ennio Doris proprio con l’apporto fondamentale della Fininvest della famiglia Berlusconi. La verifica sulla sussistenza dei requisiti di onorabilità in capo all’azionista di maggioranza della holding del Biscione, che per quella via è il controllante indiretto della quota del 31% in Mediolanum intestata a Fininvest, era tuttavia un atto dovuto: con le nuove regole, tra i quali Mediolanum è stata fatta rientrare come capogruppo bancaria, era inevitabile che gli azionisti dovessero chiedere l’autorizzazione alla Vigilanza, e che quest’ultima la negasse a Berlusconi a causa della sua condanna definitiva per frode fiscale. 
Azionisti rilevanti
Ma al di là del caso specifico — il cui esito era peraltro atteso dagli stessi protagonisti della vicenda, dato che non c’erano margini di interpretazione — la questione sulla verifica sugli azionisti rilevanti e di controllo di un istituto bancario sta diventando calda, specialmente ora che si stanno avviando i cantieri per il rinnovo dei consigli di amministrazione di grandi gruppi come Unicredit e Montepaschi, solo per citare i maggiori.
Siena
Prendiamo il caso del Montepaschi. Anche sotto questo aspetto l’istituto senese presieduto da Alessandro Profumo e guidato da Fabrizio Viola sta facendo scuola. Qui le verifiche della Banca d’Italia sui nuovi azionisti sono state intense e approfondite. A parte i casi di istituti totalmente acquisiti da banche estere come Bnl o Cariparma e Friuladria, Mps è stato il primo caso in cui due soggetti esteri — in particolare extraeuropei, l’americano Fintech Advisory controllato dal messicano (con passaporto inglese) David Martinez Guzman con il 4,5%, e la società di investimenti brasiliana Btg Pactual, con il 2% — sono entrati con una quota relativamente piccola del capitale direttamente nella stanza dei bottoni di una banca e potenzialmente sono in grado di esprimerne la governance. Il patto di sindacato sottoscritto con la Fondazione Mps, che vi ha conferito il suo residuo 2,5%, prevede espressamente che i due fondi — oltre ad aver ottenuto due posti nell’attuale consiglio — possano indicare il candidato amministratore delegato dell’istituto, e che abbiano il potere di gradimento sul candidato presidente, la cui indicazione spetta alla Fondazione.
Quando l’operazione fu conclusa con l’ente senese allora presieduto da Antonella Mansi, proprio per le caratteristiche dell’accordo parasociale i due nuovi entranti a Rocca Salimbeni furono sottoposti a un attento screening da parte della Banca d’Italia. I rappresentanti dei fondi ebbero incontri personali con i vertici di Via Nazionale, a cominciare dal patron di Fintech, Martinez, entrato adesso nel consiglio della banca insieme con Roberto Isolani, top manager di Btg Pactual. La Banca d’Italia ha verificato l’esistenza dei requisiti di onorabilità anche con scambi di informazioni sui soggetti acquirenti attraverso contatti con le autorità di vigilanza dei Paesi di provenienza dei fondi. Alla fine, dopo circa un mese, il nulla osta è arrivato e il contratto è stato perfezionato. Adesso il tema potrebbe ripresentarsi per altri istituti: qualora un fondo dovesse superare la soglia della partecipazione rilevante — da solo, almeno il 10% — o dovesse trovarsi comunque ad avere una «influenza notevole» sulla banca, scatterebbero controlli analoghi. Il potere della Banca d’Italia in questi casi comprende anche l’individuazione dei soggetti che devono chiedere l’autorizzazione, anche (e soprattutto) se sono diversi dai titolari della partecipazione stessa.
Trasparenze
La trasparenza in questi casi è fondamentale: tipico è stato nel 2013 il caso della Popolare di Milano, con la Consob che ha imposto al finanziere italo-britannico Raffaele Mincione di svelare la catena societaria dei vari trust che detenevano fino al 7% dell’istituto e, l’anno prima, la scoperta che c’era lo stesso Salvatore Ligresti dietro i trust caraibici in Premafin.
Attualmente circa un terzo dei 200 miliardi di euro delle partecipazioni di investitori esteri a Piazza Affari è nel settore finanziario. Tra le quote più pesanti ci sono quella di Aabar, il fondo sovrano di Abu Dhabi che è il primo socio di Unicredit con il 5,024%, e quelle di BlackRock, che ha il 5% sia di Intesa Sanpaolo (di cui è secondo socio dietro la Compagnia di San Paolo) sia di Unicredit. Per quest’ultima banca restano poi ancora nel limbo le quote libiche — in totale il 4% circa — divise tra Central Bank of Libya e il fondo sovrano Lia. Ma centinaia di fondi d’investimento ed hedge sono soci delle banche con quote inferiori, dunque non dichiarabili alla Consob.
Dentro i colossi come Unicredit e Intesa Sanpaolo il tema è delicato. Le fondazioni bancarie hanno allentato la presa sugli istituti — a causa delle ricapitalizzazioni che hanno costretto alcuni enti a non seguire gli aumenti, o per la volontà di diversificare gli investimenti — e dunque hanno lasciato spazio ai fondi esteri, sia istituzionali sia sovrani. Che ora potrebbero voler contare nelle nuove governance . Secondo indiscrezioni, le autorità monitorerebbero con attenzione i vari movimenti sul capitale delle banche e in alcuni casi anche i flussi finanziari che stanno dietro i fondi stessi.
I lavori per i nuovi board sono già stati avviati, anche se quello di Intesa Sanpaolo scade tecnicamente nel 2016. Unicredit ha avviato in maniera «standard» il cantiere per la revisione della governance in vista del rinnovo ad aprile 2015. Per il momento — ha spiegato il ceo Federico Ghizzoni — «l’iter parte con processi previsti anche dalle norme di Bankitalia, come l’autovalutazione del consiglio, poi proseguirà. Direi ordinaria amministrazione. È presto per entrare nei dettagli. E nessuna richiesta di posti è finora arrivata» da parte dei grandi soci esteri.
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