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La cancellazione degli 80 euro colpirà i redditi più bassi

L’impegno da parte del governo è stato solenne: sulla misura degli “80 euro” non ci sarà nessuna cancellazione e «l’effetto in busta paga sarà lo stesso», ha garantito il vice ministro all’Economia, il leghista Massimo Garavaglia. Ma sarà veramente così o ha ragione l’ex premier Matteo Renzi, padre del provvedimento, che ha parlato di «una pagliacciata che nasconde una fregatura»?
A ben guardare, l’addio agli 80 euro varati non sarà così indolore. Il rischio maggiore è che nella fascia degli attuali percettori del credito fiscale, quella di chi guadagna tra gli 8 mila e i 26.600 euro lordi all’anno, qualcuno possa finire penalizzato. Tutto dipenderà da come la misura verrà disegnata e, soprattutto, dai necessari correttivi che verranno introdotti.
Oggi il bonus è uguale per tutti coloro che hanno un reddito tra gli 8.125 e i 24.600 euro, e scende progressivamente fino ad azzerarsi a quota 26.600. Il vice ministro leghista vorrebbe trasformare questo beneficio, che oggi costituisce una voce a sé stante nel cedolino dello stipendio dal lato delle competenze, in un taglio di una delle voci che compongono le trattenute, quelle che contribuiscono invece ad abbattere lo stipendio lordo. Si tratterebbe quindi di togliere da una parte e rimettere dall’altra.
In particolare, il governo potrebbe ridurre la quota di contributi che i lavoratori pagano con il proprio stipendio per un importo pari al bonus, quindi per un massimo di 960 euro, assicurando però con risorse pubbliche il versamento dell’equivalente quota contributiva destinata ad alimentare la propria pensione. Anche in questo caso, un gioco a somma zero.
Non per tutti, però. «Considerando un’aliquota a carico dei lavoratori del 9,2%, dagli 8.000 euro fino a 10.457 euro l’anno un lavoratore rischia di perderci, nel senso che lo sgravio sarebbe comunque inferiore ai 960 euro del bonus Renzi», spiega il fiscalista Sergio Giorgini, vice presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro. Senza adeguate correzioni, quindi, le fasce più deboli (quelle vicino agli 8 mila euro), potrebbero arrivare a rimetterci circa 250 euro l’anno.
Ancora più pericolosa è, invece, la strada da percorrere nel caso di azione sul fronte fiscale: «È molto difficile attraverso un sistema di deduzioni o detrazioni assicurare la stessa efficacia del cosiddetto bonus 80 euro. Anche se si studiano delle soluzioni alternative, sarà complesso garantire gli stessi benefici di una norma che ha funzionato bene e che ha incontrato un ampio gradimento tra i lavoratori», spiega ancora Giorgini. In altre parole, agendo su questo fronte il rischio è che si amplino ulteriormente gli squilibri tra i beneficiari del sussidio.
Quel che è certo però è che il governo nella trasformazione della misura da credito a decontribuzione deve ipotizzare di spendere la stessa cifra impiegata per il bonus renziano, poco meno di 10 miliardi di euro l’anno. A questi si potrebbero aggiungere, stando alle indicazioni fornite da Garavaglia, altri fondi per fare rientrare gli 80 euro nel montante contributivo, cioè per incrementare il proprio assegno pensionistico futuro. «Servirebbero almeno 3 miliardi », ha detto il vice ministro dell’Economia. Cifre non da poco, per un governo alla disperata caccia di risorse finanziarie in vista della prossima legge di Bilancio.
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