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La campagna shock che ha diviso il paese “Servirà del tempo per riconciliarci”

LONDRA. A pochi metri dalla stazione di St Pancras, dove ogni giorno centinaia di burocrati e uomini d’affari partono alla volta di Parigi e Bruxelles, si estendono le case popolari di Coopers Lane, una schiera di cubetti marroni che si affacciano sui giardinetti incolti.
Mancano sette ore al termine del voto che deciderà se la Gran Bretagna sarà il primo Paese a uscire dall’Unione Europea, e un volontario della campagna per il “Remain” sta provando a convincere un elettore a votare contro la Brexit. «È inutile che io voti, è tutto truccato», dice il ragazzo affacciandosi da una finestra. «Io ho votato ”Leave”, ma lo so che alla fine farete in modo di vincere voi», aggiunge una vicina.
La campagna referendaria è destinata a lasciare un lungo strascico. Le dure accuse che sono volate tra il fronte del “Leave” e del “Remain” hanno scavato un solco che sarà difficile riempire e che condizionerà le scelte dei partiti politici e il rapporto tra questi e i cittadini.
«È stata una campagna shockante », dice Chris Hanretty, professore di scienze politiche all’Università dell’East Anglia a Norwich. «In tantissimi sono convinti che il referendum sarà condizionato da brogli, e questo non è un segno di un sistema politico che funziona».
Secondo un sondaggio commissionato dalla radio LBC questa settimana, il 46 per cento di chi ha dichiarato di voler votare “Leave” era convinto che il risultato sarebbe stato truccato. Il 20 per cento degli intervistati pensava che i servizi segreti sarebbero intervenuti per condizionare il voto referendario.
La responsabilità di questa deriva, del tutto inusuale per un Paese come la Gran Bretagna, è legata in gran parte a una campagna elettorale dai toni esasperati. L’omicidio della parlamentare laburista Jo Cox, uccisa la scorsa settimana a Leeds da un uomo malato di mente e vicino all’estrema destra, ha costretto tutti a moderare il proprio linguaggio, ma solo dopo mesi di scambi di accuse virulenti.
I politici a favore della “Brexit”, che comprendono l’ex sindaco di Londra Boris Johnson e il leader dello UK Independence Party Nigel Farage, non hanno avuto remore a usare statistiche infondate per sostenere le loro tesi, per esempio ripetendo che la Gran Bretagna manda 350 milioni di sterline a settimana a Bruxelles, un numero falso.
Dall’altra parte, il cancelliere dello scacchiere, George Osborne, è intervenuto a poche settimane dal voto minacciando una finanziaria tutta tasse e tagli in caso di uscita.
«C’è una differenza tra questa campagna referendaria e la solita disinformazione che avviene prima delle altre elezioni », dice Jonathan Portes, economista del National Institute of Economic and Social Research, un think tank. «Le bugie su quanti soldi il Regno Unito paga a Bruxelles sono state scandalose e Osborne ha perso molta credibilità con le sue minacce sui conti pubblici, che hanno soltanto offeso l’elettorato».
Una spaccatura altrettanto evidente, e destinata ad avere conseguenze sul quadro politico nazionale, è stata quella all’interno dei partiti. La rottura più forte è avvenuta tra i Conservatori, con il fronte anti- europeista, guidato da Johnson, che si è contrapposto alla linea ufficiale pro-Ue sposata dal governo di David Cameron.
Cameron ha detto che intende restare primo ministro indipendentemente dal risultato del voto, ma la vita per il governo rischia di essere comunque proibitiva.
I Conservatori godono di una maggioranza molto risicata a Westminster, e non è impossibile che un manipolo sufficientemente ampio di parlamentari euroscettici decida di astenersi o votare contro molti provvedimenti.
«Ci sono 20-30 parlamentari conservatori che hanno una linea euroscettica molto dura, e che potrebbero votare spesso contro il governo obbligandolo a cercare sostegno da altri partiti », sostiene Peter Kellner, fino a pochi mesi fa presidente della società di sondaggi YouGov.
Meno chiara, ma altrettanto significativa è stata la rottura all’interno del Labour. Una larghissima maggioranza di parlamentari laburisti ha deciso di schierarsi contro la Brexit, ma molti elettori, soprattutto della vecchia classe operaia, si sono mostrati poco convinti di questa scelta.
Il rischio è che questo gruppo sociale, prevalente nel Nord dell’Inghilterra, si sposti in maniera decisa verso l’UKIP di Farage.
Un precedente di questo tipo è avvenuto in Scozia durante il referendum del 2014, quando molti degli elettori più poveri e meno istruiti del Labour si sono avvicinati al Partito Nazionalista Scozzese (SNP) per poi votarlo nelle successive elezioni politiche.
«Ci sarà comunque bisogno di una riconciliazione, nei partiti e con l’elettorato», dice Vincenzo Scarpetta, un analista del think tank Open Europe. «Il modo migliore di farlo, sarebbe smetterla di parlare di Ue per un po’, ma temo che il discorso molto difficilmente andrà via».
A Coopers Lane, sono in diversi ad essere convinti che il referendum non cambierà molto nelle loro vite. La disillusione ha pervaso anche il Paese della Magna Carta e della gloriosa Rivoluzione.
Ferdinando Giuliano
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