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La caduta di Stefanel, va al concordato

Un concordato preventivo per proteggere il patrimonio nell’attesa di ristrutturare il debito con le banche e di trovare l’accordo con i possibili investitori. Dopo sei mesi di trattative con gli istituti di credito, ieri Stefanel ha rotto gli indugi e ha deciso di presentare domanda di ammissione alla procedura, riservandosi di presentare un ricorso per l’omologazione di un accordo di ristrutturazione del debito. Anche Finpiave, la holding di famiglia e azionista con il 20%, ha deliberato di presentare domanda di ammissione al concordato preventivo, mentre le altre due holding — Elca e Compagnia Gestioni Industriali che portano il controllo della famiglia al 56,5% — sono entrambe in liquidazione.

Da tempo, la storica azienda di abbigliamento di Ponte di Piave (Treviso) fondata da Carlo Stefanel nel 1959 con il nome di «Maglificio Piave» e quotata dal 1987 (-36,66% la chiusura ieri) è in crisi. Il 2015 ha registrato una perdita di 7,7 milioni, ma il 2016 sta andando peggio: i primi 6 mesi sono stati chiusi in rosso di 13,3 milioni e i revisori di Ernst&Young non si sono espressi sulla semestrale. A fine settembre l’indebitamento netto è salito a 87,43 milioni. Poi c’è anche lo scoperto di 28 milioni nei confronti dei fornitori.

Sono lontani gli anni Ottanta e Novanta, in cui un giovane Giuseppe Stefanel — amministratore delegato dal 1984 — annuncia che il brand, che aveva inaugurato il primo negozio a Siena nel 1980, va benissimo e avrebbe aperto anche a Parigi. Quello che era un maglificio diventa un grande gruppo che si espande all’estero e fa acquisizioni. Poi arriva la concorrenza di Zara e H&M, che sfornano una collezione nuova ogni tre settimane. Giuseppe Stefanel capisce che deve alzare il livello e riposizionare il brand in una fascia più alta. Ma bisogna fare i conti con la crisi economica più brutta di sempre. Nel 2011 l’azienda cede il 50% di Nuance (comprata dieci anni prima in società con il gruppo Pam) e utilizza l’incasso per abbattere il debito. Segnali di ripresa arrivano nel 2015, quando l’ebitda torna positivo. Ma il 2016 è un altro anno difficile. A marzo cominciano le trattative con le banche. Il 27 ottobre, su richiesta informale della Consob, l’azienda smentisce che le holding stiano trattando la vendita delle partecipazioni. Gli investitori, se compreranno, dovrebbero farlo attraverso un aumento di capitale riservato, ma non comprando dagli azionisti. Ma il tempo passa.

Fausta Chiesa

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