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La burocrazia nemica dell’impresa

Un fosso demaniale largo meno di due metri che taglia in due il terreno sui cui costruire il nuovo capannone della Cartotecnica Postumia a Carmignano del Brenta, in provincia di Padova. Bisogna spostarlo al confine del fondo, a spese dell’azienda. Un’opera preliminare che costa meno di 5mila euro. Ma proprio il costo irrisorio dell’opera si trasforma in una trappola: della pratica si perdono le tracce e la permuta tra il vecchio fosso e il nuovo realizzato dall’azienda privata resta in sospeso, bloccando gli investimenti e lo sviluppo della Cartotecnica.
La storia dell’azienda padovana d’imballaggi di carta, è solo una tra quelle che continuano ad arrivare in redazione. Dall’energia all’edilizia, dal turismo alla ristorazione. Dalla manifattura all’agricoltura. È il caso dell’azienda florovivaistica pugliese che voleva realizzare una centrale a biomasse e – dopo anni per ottenere tutti i permessi – è stata bloccata da un nuovo regolamento regionale. C’è l’azienda altoatesina di componentistica auto che vende ad Audi e Bmw ma non può ampliare lo stabilimento perché troppo vicino all’autostrada. E ancora, l’azienda di rubinetterie a Valduggia (Vercelli) che ha la sventura di volersi ampliare su un terreno che ricade per il 98% nel territorio del comune confinante. Risultato: due anni persi insieme al boom della domanda tedesca. Oppure in Calabria dove l’imprenditore agricolo rischia di perdere i fondi comunitari perché il certificato antimafia vale solo sei mesi e l’approvazione dei progetti ne ne richiede almeno il triplo.
Per non parlare della ristorazione, con il comune di Pescara che impone almeno due etichette regionali doc nella carta dei vini e il 20% di piatti regionali in menù. O quello di Torino che impone 55 mila euro di “calcolo monetizzazione dei parcheggi” per un bar di 90 metri quadri in una zona semi-centrale.
Jared Diamond in “Collasso” afferma che uno dei fattori che determina la vita o la morte delle società è la capacità di dare risposte ai propri problemi: la burocrazia soffocante è uno di questi.
“Sdemanializzare”
Sono più che condivisibili le sottolineature di chi chiede regole certe per tutelare la salute, il territorio e il paesaggio. Ma il nodo, come avevamo sottolineato nella puntata d’esordio della nostra inchiesta (si veda Il Sole 24 Ore del 17 ottobre) è l’incapacità di decidere, lo scaricabarile che si traduce in incertezza. Di regole e di tempi, che in economia non possono essere variabili indipendenti.
I neologismi del burocratese sono forse frutto del tentativo di facilitare le comunicazioni all’interno degli uffici, ma quasi sempre sono comprensibili solo ad una platea limitata di adepti e oscure ai più. “Sdemanializzare” è dunque l’ostacolo contro cui si è infranto il progetto di ampliamento di Cartotecnica Postumia (22 milioni di fatturato e 125 dipendenti). «Abbiamo acquistato il fondo accanto al nostro per poter realizzare un nuovo stabilimento nel 2007» racconta il titolare, Gabriele Gava, con il figlio Pierluigi. Le due proprietà erano separate da un fossato a uso agricolo, neanche due metri di ampiezza. Dopo una serie di richieste a Comune, Consorzio di bonifica, Genio civile, Regione Veneto settore difesa del suolo, Autorità di bacino e Demanio, il fosso è stato spostato e il nuovo tracciato è stato collaudato. Restava da concludere la permuta: «In sostanza, si trattava di regalare all’ente pubblico la nuova canaletta, costruita a spese dell’azienda, mentre quella vecchia andava acquistata: sdemanializzazione, appunto» spiega l’architetto Domenico Borgo.
Il resto della storia è noto: la Cartotecnica chiede ripetutamente di chiudere la pratica per poter costruire il nuovo stabilimento ma delle carte non c’è più traccia. Sono finite in un altro ufficio? Si, ma quale? A Roma? «Non sappiamo se e quando ci sarà una risposta. È un destino comune, pare, per opere di importo inferiore ai 5mila euro, giudicate in qualche modo di minore importanza». È stallo totale. Impossibile qualsiasi operazione. E da manuale di burocratese è la risposta dell’Agenzia del Demanio: «Non rientra nelle proprie competenze emettere pareri in merito all’anticipata occupazione dell’area demaniale idrica per l’ampliamento del fabbricato industriale trattandosi ancora di aree demaniali pubbliche appartenenti al ramo idrico e pertanto in gestione alla Regione». Chi fa impresa, ma non solo, non chiede “pareri”, vorrebbe semplicemente un “si” o un “no” e poter continuare a fare il proprio lavoro.
Il Parco che soffoca l’azienda
Non si può ampliare l’attività; bisogna anticipare le spese di manutenzione che la pubblica amministrazione poi non rimborsa perché è a corto di fondi; non si riesce più neppure a vendere, perché i vincoli posti sull’area sono tali da aver praticamente annullato il valore di mercato dell’azienda. È la vicenda di Alberto Zanetti, imprenditore agricolo, vicepresidente della Confagricoltura di Bologna. Non è un caso isolato ma una realtà con cui stanno facendo i conti almeno 70 aziende agricole che da un giorno all’altro si sono ritrovate dentro i confini di un parco, quello dei Gessi bolognesi e calanchi dell’abbadessa. «La mia azienda, 85 ettari tra vigneti e seminativi, coltiva da oltre un secolo queste colline, ben prima che fosse istituito l’ente parco, a inizio anni 90 – racconta Zanetti -. Per installare sul tetto del capannone un impianto fotovoltaico ho passato sette mesi tra autorizzazioni in Comune, ente parco e sopraintendenza. Non posso né costruire né spostare all’interno della mia proprietà la volumetria di un grosso edificio che sta crollando e mi servirebbe in un’altra zona della tenuta. Ormai è un immobile a valore zero». Ma è tutta l’azienda agricola ad essersi deprezzata: «I vincoli si fanno ogni giorno più stringenti. Non si può investire ma ci si deve far carico, senza aiuti, non solo della manutenzione del paesaggio ma di tutti i sistemi per la prevenzione dai danni da animali selvatici, per poi avere rimborsi irrisori di fronte a intere coltivazioni distrutte da ungulati».

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