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La Bundesbank frena: difficile che la Bce acquisti Btp

Forse ci penserà oggi il Papa, con una parola buona da Strasburgo. Ma intanto i vertici dell’Ue sembrano navigare nel marasma. Nella voliera della Commissione europea, falchi e colombe si azzuffano in queste ore intorno al destino della Francia ribelle. E nell’acquario della Banca centrale europea, l’acqua ribolle ugualmente. Jens Weidmann, presidente della Banca centrale tedesca che è la maggior azionista della Bce, attacca indirettamente colui che è il suo capo, Mario Draghi, stronca la sua promessa di aiuto contro la deflazione offerta agli Stati dell’eurozona più in crisi. 
Draghi si impegna anche ad «azioni non convenzionali» cioè all’acquisto di titoli di Stato? E lascia capire che anche questo potrebbe stimolare la crescita dell’eurozona? Weidmann sibila, quasi beffardo, che i governi «dovrebbero concentrarsi sulla crescita piuttosto che sull’acquisto di bond governativi». Di più: «Le banche centrali non possono innescare una crescita. Quando ci incontriamo questa è sempre la prima domanda che ci poniamo. Si pensa che questo (l’acquisto di titoli, ndr) sia uno strumento miracoloso, il che ci distrae dai veri problemi». E ancora, a chiudere ogni spiraglio: «La politica monetaria da sola non può portare a una crescita, ha bisogno di una base costituita da una produttività più alta e da riforme». Draghi torna poi ad auspicare «misure straordinarie», e risolute, contro la deflazione? Weidmann butta lì, regalando subito un brivido alle Borse, che queste misure «sono difficili da attuare e incontrerebbero grossi ostacoli legali». Parla naturalmente anche a nome di Angela Merkel, e a malapena il velo della diplomazia cela il possibile significato di queste frasi: per il capo della Bundesbank, il capo della Bce cammina sul confine delle normative europee, è vicino a scavalcare i limiti legali del suo mandato.
Ma questa non è una discussione filosofica: alle «misure straordinarie» della Bce potrebbe essere legata fra poco anche la sorte degli Stati rituffati in una terza recessione, e la loro forza di puntare risorse sui quei 300 miliardi di investimenti che Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione, promette per guidare tutti fuori dalla caverna. Juncker potrebbe parlarne già domani, nell’Europarlamento, scoprendo le sue carte. Mentre per venerdì è atteso ufficialmente il giudizio della Commissione sui piani di stabilità presentati dai vari governi. Anche se manca ancora il sigillo finale, per l’Italia dovrebbero essere confermate le anticipazioni dei giorni scorsi, non smentite dalla stessa Commissione: via libera al piano di Stabilità, ma nuova verifica a marzo.
La sfida di Parigi a Bruxelles è ben più pesante: deficit al 4,5% del Pil nel 2015, invece del 3% chiesto dalla Ue, e pareggio di bilancio nel 2017 (come annunciato anche dall’Italia). Berlino chiede una risposta dura: ma stavolta, nella voliera della Commissione, le colombe non sembrano troppo spaventate dai falchi del Nord.

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