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La Brexit può partire ma tra Londra e l’Ue adesso comincia un negoziato feroce

Sarà anche considerata meno anti europea della sua rivale Andrea Leadsom, si sarà anche schierata (molto tiepidamente) a fianco di David Cameron per il “Remain”, ma Theresa May a Bruxelles è vista come una riedizione più cattiva e, se possibile, più euroscettica di Margareth Thatcher. Quando ancora l’idea di un referendum per far uscire la Gran Bretagna dalla Ue era una ipotesi che molti consideravano improbabile, era stata proprio Theresa May, da poco nominata ministro dell’Interno, a pretendere una lunga serie di opt-out per gli inglesi su tutte le questioni riguardanti la cooperazione giudiziaria e di polizia. Il rifiuto di Bruxelles alle sue richieste era stata la molla che aveva spinto Cameron a domandare di rinegoziare i termini della partecipazione del Regno Unito alla Ue agitando la minaccia di schierare il suo governo a favore del referendum sulla Brexit. Era stata sempre la May a chiedere che Londra uscisse addirittura dalla Convenzione europea per i diritti dell’Uomo, proposta poi ritirata di fronte alla reazione della sua stessa opinione pubblica. E c’è ancora il suo zampino dietro la politica di zero solidarietà con i Paesi europei nella gestione della crisi dei migranti e sul tema della redistribuzione dei profughi.
Questa signora sarà adesso responsabile dei negoziati per il distacco della Gran Bretagna dall’Unione europea. L’ex Cancelliere dello Scacchiere, Kenneth Clarke, l’ha definita «una donna maledettamente difficile». Lei si è riconosciuta in pieno nel ritratto, aggiungendo: «il prossimo che se ne dovrà rendere conto sarà Jean-Claude Juncker». Il presidente della Commissione, che già aveva prospettato «un divorzio non consensuale tra coniugi che peraltro non si sono mai davvero amati», farà meglio a prepararsi a un negoziato durissimo.
Per certi aspetti, tuttavia, Juncker potrebbe avere qualche ragione per compiacersi della nomina della May, essendosi battuto fin dal giorno dopo il referendum per un rapido avvio dei negoziati su Brexit. La scelta della nuova leader dei conservatori accelera infatti la successione di Cameron a Downing street, che era stata inizialmente prevista addirittura per ottobre, e poi anticipata a settembre. Lo squagliarsi di tutti i potenziali candidati alla guida del partito di maggioranza fa sì che il nuovo governo britannico, cui toccherà il compito di avviare la procedura di secessione dalla Ue, sarà già pienamente in carica per la fine del mese.
La nomina della May pone fine anche ad una delle più gravi incertezze che pesavano sul dopo referendum. Erano in molti, a Bruxelles, a temere che in qualche modo il nuovo governo britannico potesse cercare di evitare di innescare la procedura di uscita dalla Ue facendo ricorso all’articolo 50 dei Trattati. A lungo gli ambienti dell’establishment che si erano schiarati a favore del “Remain” hanno accarezzato l’idea di rinviare il più possibile l’annuncio del distacco per cercare di negoziare nuove condizioni più favorevoli a Londra, e magari convocare un’altra consultazione popolare che rovesciasse il verdetto di giugno. La nuova leader dei conservatori ha spazzato il campo da questa ipotesi, spiegando che «leave is leave », e che il suo compito è quello di definire il nuovo assetto del Paese al di fuori dell’Ue.
Tutto questo non significa comunque che i negoziati di uscita saranno semplici, nè che cominceranno al più presto, come chiedono la Commissione e il Parlamento europeo. La nomina della May, infatti, non scioglie ancora il nodo fondamentale del dopo Brexit su quale dovrà essere il futuro rapporto tra la Gran Bretagna e la Ue. Al momento, ovviamente, l’orientamento degli inglesi è quello di cercare di ottenere il massimo di partecipazione ai benefici del mercato unico europeo con il massimo di libertà legislativa in materia di immigrazione e di regolamentazione fiscale e finanziaria. Ma questa strada è già stata preclusa, sia pure con toni diversi, dai capi di governo della Ue quando hanno spiegato che la partecipazione al mercato europeo implica anche il rispetto di tutte le sue norme e delle quattro libertà fondamentali, compresa quella della libera circolazione dei cittadini comunitari. La definizione di un compromesso tra queste due esigenze che offra a Londra i massimi vantaggi negoziali sarà il compito principale della futura premier. E non sarà un compito facile.

Andrea Bonanni

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