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«Dopo la Brexit più vendite e produzioni» E domani l’Italia riunisce gli investitori

C’ è una frase, nell’intervista che Caroline Rush, amministratrice delegata del Fashion British Council (la Camera della moda inglese), rilascia a Corriere Economia che racconta quella che è stata Londra per il sistema della moda internazionale. «Abbiamo sempre abbracciato i cambiamenti», dice la manager che insieme alla presidente Natalie Massenet ha fatto della fashion week inglese un evento temibile per gli altri sistemi internazionali. E questo nonostante la Gran Bretagna non abbia più da tempo un vero sistema manifatturiero della moda e nonostante i maggiori brand del lusso siano ancora oggi italiani e francesi. Ma dopo? Cosa c’è dopo?

Londra, sostenuta fortemente da un Paese che ha creduto, investendo denaro, ha puntato sui cambiamenti. E proprio oggi, lunedì 19 settembre, tutti gli occhi sono puntati su Burberry, il brand inglese che alla settimana della moda londinese inaugura il suo nuovo corso che cambia ufficialmente le tempistiche della moda: due sfilate l’anno (febbraio e settembre) e uomo e donna insieme. L’evento è alle 19 e non appena gli abiti inizieranno a sfilare partiranno anche le vendite. Molto probabile la presenza di Marco Gobetti, il manager che da gennaio prenderà le redini della società inglese affiancando l’attuale Ceo e designer Christopher Bailey .

Le proposte«Per questa 64esima edizione abbiamo un programma più forte che mai — dice Rush parlando della fashion week inglese partita venerdì 16 e che si concluderà domani 20 settembre —. Sfileranno 83 designer e abbiamo più di 150 presentazioni negli showroom allestiti al Brewer Street Car Park. Oltre alle novità di Burberry — prosegue Rush —, diamo il benvenuto al ritorno di marchi internazionali come Versus (del gruppo italiano Versace, ndr) e MM6. Saliranno in passerella per la prima volta Sharon Wauchob, Huishan Zhang, Molly Goddard e Teatum Jones (che ha vinto il Woolmark Womenswear Prize). Ma abbiamo molti altri nomi nuovi come Aquascutum, Globe-Trotter, Malone Souliers, Paula Knorr, Piers Atkinsons e Roberts|Wood».

#LondonIsOpen è l’hashtag lanciato dalla Camera della moda inglese, un segnale dopo Brexit. «Londra è aperta al mondo, oltre a essere leader internazionale a livello di creatività e imprenditorialità» ha detto non a caso il sindaco della capitale inglese Sadiq Khan aprendo la settimana della moda.

Gli imprenditori del settore erano contro Brexit. Quali conseguenze vede Caroline Rush? «È vero, la maggioranza della nostra industria era per rimanere nell’Unione europea — risponde la Ceo — e anche una gran parte del nostro Paese era su questa posizione, Brexit è passata con un margine molto piccolo. Però, come in tutte le sfide che ci si pongono di fronte nella vita, occorre prepararsi per rispondere alle sfide e prepararsi a sfruttare tutte le opportunità possibili. Guardare a ciò che potrebbe venire di buono dal cambiamento» .

Le sfideE quali opportunità vede? «Il primo e più immediato è stato il calo della sterlina, un fattore che ha portato vantaggi alle vendite al dettaglio nei medi estivi: i negozi hanno avuto un aumento di acquisti, dovuto soprattutto ai flussi turistici. Guardando al lungo termine, penso che Brexit porterà a un aumento di produzioni nel Regno Unito» .

RiflessioniAttualmente, secondo i dati diffusi, l’industria della moda inglese ha un valore di 28 miliardi di sterline, in crescita dell’8%, più di quanto stia aumentando il Pil inglese.

Tra Milano, Parigi, New York e Londra la competizione è sempre più forte… «Ma… In realtà, non ci vedo come concorrenti, ma come attori che hanno, ciascuno, un proprio ruolo all’interno dell’eco-sistema della moda. Molte nostre industrie hanno negozi in tutti i Paesi, abbiamo partnership di produzione, nei media. Le ragioni di collaborare sono davvero molte».

A proposito di competizione e di innovazione, si discute molto delle date dei calendari delle settimane della moda a livello internazionale. Lei ritiene che le date attuali siano corrette? Londra potrebbe cambiare le sue? «Nel settore della moda ci sono tanti tavoli di discussione aperti. In questo momento, per esempio, quello sul quale si è ragionato di più è la vendita immediata di ciò che sfila in passerella, ciascuno misura il proprio business sapendo che questa strategia non va bene per tutti i gruppi. In generale le strategie delle aziende putano a mettere sempre più al centro il consumatore finale e questo potrebbe portare sia chi ha un solo marchio sia i poli multi brand a nuovi modi di lavorare» .

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