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La Brexit peggio della crisi finanziaria

Questa Brexit sarebbe stata meglio non farla proprio. È la conclusione alla quale stanno arrivando gli stessi britannici, dopo gli scenari economici catastrofici prospettati sia dal governo che dalla Banca d’Inghilterra.

Secondo l’istituto centrale di Londra, in caso di un’uscita dalla Ue senza accordi (possibile nel caso in cui il Parlamento respinga il compromesso di Theresa May), la Gran Bretagna andrebbe incontro a una crisi economica di proporzioni storiche, peggiore del crac finanziario di dieci anni fa: il prodotto interno lordo calerebbe dell’8 per cento già il primo anno, la sterlina crollerebbe, l’inflazione schizzerebbe in alto (costringendo ad alzare i tassi d’interesse) mentre il valore delle case scenderebbe del 30 per cento, a fronte di una disoccupazione che risulterebbe praticamente raddoppiata.

Non dissimili gli scenari paventati dal ministero del Tesoro: in base ai quali ogni tipo di Brexit, anche la più soft, avrebbe un impatto negativo sull’economia. Secondo le simulazioni del governo, pure un’uscita basata sul piano May costerebbe alla Gran Bretagna 4 punti di Pil nell’arco di 15 anni, il che si traduce in un danno di 100 miliardi, che diventano duecento in caso di no deal, uscita senza accordi.

Previsioni così fosche che hanno costretto il Cancelliere dello Scacchiere, Philip Hammond, ad ammettere per la prima volta che c’è una sola possibilità di evitare di darsi la zappa sui piedi: e cioè restare nell’Unione europea. La Brexit è una scelta politica, ha spiegato, è come tale viene perseguita: ma se si fanno i conti in tasca non ha senso.

Anche i laburisti stanno facendo evolvere la loro posizione. Fino ad ora avevano evitato di schierarsi contro l’uscita dalla Ue, per non inimicarsi quelle fette di elettorato operaio che coltiva sentimenti euroscettici. Ma ieri per la prima volta il numero due del partito, John McDonnell, ha detto che se il piano di Theresa May venisse bocciato dal Parlamento e non si andasse alle elezioni anticipate, allora il Labour dovrebbe «inevitabilmente» appoggiare un secondo referendum sulla Brexit: che avrebbe come esito più probabile l’annullamento del divorzio fra Londra e Bruxelles. Non a caso Theresa May ha prontamente accusato i laburisti di voler rovesciare la volontà popolare, ossia quella espressa nel referendum di due anni fa che sancì la Brexit.

Ma la situazione è in rapido movimento. Tutti gli occhi sono puntati sulla data dell’11 dicembre, quando la premier proverà a far approvare a Westminster l’accordo raggiunto con l’Europa. La fazione euroscettica dei conservatori, che considera la proposta May un tradimento, resta però trincerata nella sua opposizione: e ieri ha accusato governo e Banca d’Inghilterra di aver diffuso quelle previsioni catastrofiche solo per spaventare l’opinione pubblica e i deputati e convincere questi ultimi a votare in favore del piano della premier.

La pressione però è fortissima. Ieri anche il Daily Mail, voce della Middle England, ha pubblicato un sondaggio in prima pagina secondo cui l’elettorato, compreso quello conservatore, chiede di dare fiducia al compromesso raggiunto dalla May.

Se tuttavia alla fine il Parlamento davvero respingesse l’intesa con Bruxelles, dopo gli allarmi di oggi un’uscita dalla Ue senza accordi apparirebbe inconcepibile, in quanto equivarrebbe a un suicidio annunciato. E a quel punto si aprirebbe seriamente la strada a un ripensamento dell’intera Brexit: che è forse l’esito sul quale molti, anche a Londra, stanno cominciando realisticamente a puntare.

Luigi Ippolito

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