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La Brexit parte dal web Londra studia regole

Cento pagine per riformare i fondamentali di internet e renderlo un ecosistema più sicuro, di cui gli utenti possano fidarsi di più, perché libero da contenuti dannosi: terrorismo, disinformazione, cyber bullismo eccetera. Grazie a nuovi superpoteri affidati a un’Authority, finanziata dalle aziende internet e in grado di bacchettare con severità loro e i loro manager. L’opinione degli esperti è condivisa. Questi principi, della bozza di regolamentazione presente nel rapporto Online Harms del Governo del Regno Unito, ora in consultazione pubblica prima di diventare legge, rivelano un progetto molto ambizioso. Radicale e a tratti velleitario. Si incorniciano in un futuro immediato in cui il Regno Unito sarà fuori dalla Ue e si costruirà regole proprie – guarda caso, a cominciare da quelle della rete. Allo stesso tempo è un’operazione non isolata. Molti paesi, anche europei (Francia e Germania), e la stessa Ue, hanno pensato a regole più restrittive per la rete, con un aspetto comune: rendere più “accountable” i big della rete. Si fonderebbe così una terza via per la regolamentazione di internet. Tra il liberismo digitale coniato dagli Stati Uniti (e adottato fino a ieri da tutti i suoi alleati) – basato su una sostanziale autoregolamentazione delle piattaforme – e il “firewall” cinese, retto da un rigido controllo a monte (con la Russia che sempre più si avvicina a questo modello).

«Un progetto ambizioso che vuole rendere il Regno Unito il Paese dove sia garantita la massima protezione per gli utenti internet. E, allo stesso tempo, quello nel quale i cittadini possano avere la massima fiducia nella economia digitale e nell’utilizzazione dei servizi online», dice Franco Pizzetti, giurista ex Garante della Privacy, a una prima lettura del rapporto. La creazione di un ecosistema protetto sarebbe congeniale, nelle intenzioni del Governo, sia a tutela dei cittadini e dei principi democratici, sia a sostenere la crescita dell’economia digitale britannica. L’idea che questi due valori vadano assieme, supportandosi reciprocamente – diritti degli utenti e crescita economica digitale – in fondo sono nel cuore anche del Gdpr europeo. «Ma questo rapporto sembra una fuga in avanti, coerente col quadro di un Regno UNito che si vede fuori dalla Ue», dice Pizzetti.

Il tutto mentre la stessa Unione sta lavorando a una bozza di regole – proposta dalla Commissione e giunta al Parlamento nei giorni scorsi – per obbligare gli over the top a rimuovere con più celerità i contenuti del terrorismo. L’Australia ha approvato regole simili. La Germania da gennaio ha una legge per imporre la rimozione dei contenuti illegali in 24 ore, pena forti sanzioni sulle piattaforme. La Francia ha approvato in ottobre una legge contro le fake news elettorali. In Italia si ricorda la proposta del commissario Agcom Antonio Nicita per creare una super Authority sul digitale, fondendo anche i poteri privacy e antitrust: un’idea che dovrebbe però passare al vaglio della compatibilità con i patti europei. «Sono velleitarie le azioni di singole giurisdizioni per regolare internet, fenomeno transnazionale per definizione. Rischiamo una frammentazione normativa che avrebbe un impatto negativo sui servizi digitali», commenta Maurizio Mensi, professore di diritto dell’informazione e della comunicazione alla Luiss.

A meno che le diverse regole nazionali non trovino una convergenza su certi principi comuni, spingendo poi anche gli Usa ad allinearsi (un po’ come sta già avvenendo per le norme privacy). Un’ipotesi che fino a poco tempo fa sarebbe suonata lunare e adesso sembra realizzabile.

Alessandro Longo

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