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«La Brexit farà bene alla Ue ma non penalizzerà Londra»

La scorsa estate, il banchiere Francesco Ceccato ha fatto le valige: dopo oltre dieci anni trascorsi a Londra, ha traslocato a Dublino. A fine anno, la Gran Bretagna sarebbe uscita dall’Unione Europea e la banca inglese Barclays, la seconda del paese dopo Hsbc, ma la prima col passaporto interamente britannico, si è preparata per tempo all’addio. Spostando uomini e attività nella vicina di casa Irlanda, isola britannica ma fieramente ancorata alla Ue: d’altronde la banca ha una tradizione di anticipare i tempi. A Londra, nel sobborgo di Enfield, ancora oggi una targa ricorda che lì Barclays installò il primo bancomat al mondo: era il giugno del 1967.

Colpa del fatidico referendum del 2016 e della cocciutaggine del premier Boris Johnson, la Brexit – che per il paese, in Zona Cesarini, è stata ordinata – per l’industria bancaria è stata hard: un’uscita al buio, senza accordo. Dal 1 gennaio si è alzato il ponte levatoio, niente reciprocità sulle operazioni finanziarie. E dunque per continuare a operare col Vecchio Continente, il desk europeo della banca britannica è dovuto migrare in un paese dell’unione. Barclays, che capitalizza 25 miliardi di sterline, era già proprietaria di una banca in Irlanda: ha conferito lì dentro 100 miliardi di euro di asset, e 1.700 dei suoi 83mila dipendenti.

Tanti anni fa uno spot tv di Barclays recitava «Quietly conquering the world of finance» (conquistiamo con calma il mondo della finanza, Ndr) e infatti nel 2008 si comprò pure dei pezzi della defunta Lehman Brothers. Ceccato ha vissuto tutta la fase espansiva e poi di ristrutturazione: è l’uomo che orchestrò la conquista delle attività inglesi di Ing Direct e la vendita di pezzi di retail. Oggi Ceccato guida la divisione Barclays Europe: il ceo Jes Staley gli ha affidato la “provincia” Europa. È uno dei pochi italiani della City. Anche se ormai la sua nuova “City” è Dublino.

Con la Brexit, le banche stanno traslocando in Europa: Londra si avvia al declino?

La forza di Londra è innegabile. La città si è sviluppata nel corso dei secoli come centro finanziario mondiale. Le cose non cambiano in un giorno: i mercati seguono i capitali e i capitali arrivano ancora a Londra.

Non la si può catalogare tra gli apocalittici…

È sbagliato vedere Europa e Uk in una sorta di gioco a somma zero dove qualcuno deve vincere e l’altro perdere per forza: possono entrambi convivere. Difficilmente Londra smetterà all’improvviso di essere il centro della finanza. Nonostante Brexit, la città rimarrà un hub. Allo stesso tempo, però, anche l’Europa crescerà: i trading desk che sono stati spostati in Ue faranno aumentare le attività sul continente.

Ma intanto per le banche è calata la Cortina di Ferro tra Ue e Uk. E senza un accordo, tutta la finanzia rischia…

L’equivalenza regolatoria sarebbe auspicabile. Perché ridurrebbe l’incertezza da entrambi i lati del canale.

Nel frattempo che succederà alle banche europee?

Mi aspetto che il loro numero continui a scendere. Credo che il consolidamento proseguirà, sia per le debolezze messe in luce dal Covid sia per le regole europee. Le authority Ue hanno eliminato l’incertezza sul badwill neii bilanci consolidati, cosa che frenava le aggregazioni.

Matrimoni internazionali o più in stile di IntesaSanpaolo-Ubi?

Con ricavi in sofferenza per le banche tradizionali a causa dei bassi tassi d’interesse, vedo un’altra ondata di M&A a livello nazionale.

In attesa di nuovi giri di valzer, la tecnologia è il tema nell’industria . In Uk spopolano le banche solo digitali: da Monzo a Starling. In Italia, c’è Illimity di Corrado Passera…

La tecnologia è importante per le banche. Barclays ha investito molto e fatto alleanze con il mondo del fintech. Siamo pionieri nel contactless. Anche le banche più tradizionali sono state costrette ad abbracciare la rivoluzione digitale. Ma è difficile immaginare una banca totalmente senza filiali, soprattutto se è una banca che punta alla clientela consumer, al contatto fisico.

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