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La Borsa spera nel «bazooka» di Bernanke

Un gioco d’attese. Una serie di mosse e contromosse dove, dopo la svolta di Mario Draghi della scorsa settimana, i titoli di Stato e le Borse non sembrano più sincronizzati. Almeno non sempre. La prova? L’andamento di ieri di spread e listini. Il differenziale BTp-Bund, ad esempio, fin dall’avvio della seduta è sceso: partito da quota 372 ha chiuso a 353 punti base (erano 364 due sedute fa). Il rendimento del decennale italiano, dal canto suo, è calato al 5,08%, proseguendo nella discesa iniziata il 27 luglio scorso quando il saggio era al 6,58%. L’andamento, peraltro, è stato replicato in quel di Madrid. Certo, ieri in chiusura lo spread spagnolo era praticamente invariato rispetto a lunedì (416 punti base). Tuttavia dall’apertura, a quota 429, la riduzione è stata del 3%. Insomma, nella scorsa seduta lo stress sui debiti periferici dell’Ue è andato ancora scemando. Ciononostante, però, a differenza di quanto sempre accaduto nel recente passato, le Borse europee hanno viaggiato al ribasso per tutta la mattinata. Cioè, non hanno dato rilevanza agli spread. La correlazione inversa tra azioni e saggi dei titoli di Stato, sulla scia dell’effetto Draghi, non ha funzionato.
Il balzo dell’euro
Ben diverso, invece, il discorso rispetto a Wall Street. L’avviso positivo degli indici Usa ha fatto cambiare rotta ai mercati del Vecchio continente. I listini sono passati in territorio positivo e quasi tutti, ad eccezione di Londra (-0,02%), hanno chiuso in rialzo: Francoforte la migliore (+1,34%), con Parigi (+0,89%) e Milano (+0,84%) a ruota. Un cambio d’umore conseguenza di cosa? È presto detto. Gli investitori statunitensi, evidentemente non troppo preoccupati dalla sentenza di oggi della Corte costituzionale tedesca sul fondo salva-Stati permanente, hanno iniziato a posizionarsi in funzione della Fed.
Negli Usa l’attesa per la Fed
La scommessa sull’annuncio, domani, del terzo round di allentamento quantitativo ha indebolito il dollaro: più carta denominata nel biglietto verde c’è in giro e più la divisa stessa perde forza. Così, sono partite le vendite sul dollaro: dapprima rispetto al cambio con lo yen. Attorno alle 12 la moneta Usa è scesa sotto quota 78 e, in serata, segnava un calo dello 0,8%. La dinamica, poi, si è ripetuta sul cross euro-dollaro. Nel primo pomeriggio la divisa unica è balzata verso l’alto (+0,8% a 1,285), portandosi con sé i listini Ue. Qui si è innescato il meccanismo, ormai noto, del «risk on».
Da un lato, gli acquisti su asset europei hanno coinvolto il capitale di rischio, le azioni; dall’altro, hanno determinato una redistribuzione dei portafogli, che indirettamente ha agevolato anche i bond periferici. «Questi movimenti, però – sottolinea Luca Barillaro, trader indipendente -, sono sempre di breve periodo e definiti sulle aspettative. Non si tratta di trend consolidati». Cioè gli investitori, soprattutto sull’azionario, stanno alla finestra. Aspettano la mossa di Ben Bernanke, senza curarsi troppo degli altri market mover.
Moody’s snobbato
In quest’ottica, ben può comprendersi perché la minaccia del taglio del rating Usa da parte di Moody’s è stata poco considerata. L’agenzia, in assenza di un accordo per la riduzione del rapporto debito-pil dopo le elezioni presidenziali, ha detto che potrebbe togliere la tripla «A» a Washington. La notizia è stata pubblicata poco prima dell’avvio delle danze a Wall Street. Che però, per l’appunto, ha aperto al rialzo per poi chiudere in crescita dello 0,3%. In questo, forse, è stata aiutata anche da un duplice dato. In primis, il deficit della bilancia commerciale di luglio che, seppure in rialzo a 42 miliardi, è rimasto sotto le previsioni; e, poi, la ripresa dell’indice di fiducia delle piccole imprese che, in agosto, è risalito a quota 92,9. Numeri che, tuttavia, rimangono sullo sfondo. Oggi il focus è sui giudici tedeschi (oltre che sugli elettori olandesi e i 13 miliardi BoT italiani in asta). Domani, poi, le danze le condurrà “Helicopter” Ben.

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