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La borsa è pronta al rimbalzo

Tutto ruota attorno alla messa in sicurezza delle banche più traballanti. Se infatti i salvataggi e gli aumenti di capitale di Unicredit, Mps, Veneto Banca e Popolare di Vicenza andranno in porto, Piazza Affari potrebbe rivelarsi una delle borse più dinamiche dei mesi a venire.

Perché dopo aver ceduto il 10% nel corso del 2016 e aver trascorso i primi due mesi del nuovo anno tra alti e bassi, il listino milanese ha perso terreno rispetto agli altri listini occidentali, molti dei quali viaggiano vicini ai massimi storici.

Multipli più bassi. A seconda dei settori e dei singoli titoli, i multipli tra presso di borsa e utili attesi viaggiano a Milano a sconto tra il 10 e il 20% rispetto al listino tedesco e a quello americano. In sostanza, i titoli di Borsa Italiana trattano su livelli più bassi di quanto dicano i rispettivi bilanci perché scontano il diffuso pessimismo verso l’economia italiana.

Eppure il pil nel 2016 è cresciuto di quasi l’1% e lo stesso ritmo dovrebbe essere mantenuto nell’anno in corso, accompagnato da una progressiva discesa della disoccupazione. Certo, l’Europa corre e noi camminiamo, ma le valutazioni attuali di Milano sono penalizzanti. Probabilmente il mercato teme una nuova fase di instabilità politica, anche se la cornice europea non rende ipotizzabili colpi di testa sul fronte della spesa pubblica. Per altro, secondo un report di Credit Suisse, le elezioni politiche, che si dovrebbero svolgere con una nuova legge elettorale caratterizzata da una maggiore inclinazione al sistema proporzionale, dovrebbero aumentare le probabilità di vedere alla luce un governo di coalizione e, in parallelo, ridurre le possibilità di affermazione dei partiti euroscettici.

A questo va aggiunto il fatto che i bilanci 2016 pubblicati finora dalle aziende quotate a Milano indicano che è in corso un’accelerazione degli utili, anche se in genere a una sola cifra percentuale.

Banche pronte allo scatto. Se il rimbalzo ci sarà, potrebbe partire proprio dagli istituti di credito, molti dei quali scambiano su valori dell’80-90% inferiori ai picchi pre-crisi, mentre negli Stati Uniti si stanno avvicinando i record storici. Discorso diverso per l’industria e il lusso, che invece scambiano su multipli comparabili a quelli dei competitor esteri grazie alla forte esposizione ai mercati internazionali, che riduce la dipendenza dall’asfittica domanda interna.

Attualmente le azioni delle banche italiane sono scambiate a circa lo 0,57 del rapporto prezzo/patrimonio netto 2017, un terzo in meno dei concorrenti europei. È illusorio immaginare una chiusura del gap nel breve o medio periodo se si considera che i due grossi problemi, la mole di crediti deteriorati accumulata nei bilanci e la scarsa redditività conseguente alla crescita debole dell’economia, richiederanno tempo per essere superati, ma è innegabile che un restringimento della forbice possa concretizzarsi una volta messe in sicurezza le situazioni più complesse.

Rispetto al passato, il sistema sa di poter contare sui 20 miliardi di euro messi a disposizione del Tesoro dal parlamento per consentire l’ingresso dello Stato nel capitale degli istituti a rischio. Oltre 6 miliardi saranno impiegati per la ricapitalizzazione del Montepaschi e altri 4 dovrebbe servire al rafforzamento delle due banche venete, destinate a fondersi nei prossimi mesi. Restano sul tavolo altri 10 miliardi, che dovrebbe essere più che sufficienti ad affrontare eventuali, nuove emergenze nei mesi a venire.

Focus sulle small cap. Una spinta a piazza Affari arriva anche dal legislatore italiano, che ha da poco aperto le porte ai Pir, nuovi strumenti di investimento che tendono a premiare l’investimento in pmi. Nella sostanza si tratta di contenitori fiscali all’interno dei quali i risparmiatori potranno collocare qualsiasi tipologia di strumento finanziario (come azioni, obbligazioni e quote di Oicr, per esempio i fondi comuni, ndr), nonché somme di denaro liquide, rispettando determinati vincoli di investimento. Chi investirà in questi prodotti e li terrà in portafoglio per non meno di cinque anni, non pagherà l’imposta (del 26%) sui guadagni eventualmente generati. Perché si ottenga la qualifica di Piano individuale di risparmio, è necessario che almeno il 70% venga destinato ad aziende italiane quotate. Il 30% di questa quota, quindi il 21% dell’investimento complessivo, deve essere composto da società non presenti nel Ftse Mib, l’indice rappresentativo dei 40 titoli a maggiore capitalizzazione. Questo uno studio di Intermonte Sim, i Pir garantiranno flussi per le medium & small cap di piazza Affari nell’ordine di 9,9 miliardi di euro in cinque anni, vale a dire il 25% dell’attuale flottante di queste azioni. La maggiore liquidità porterà inevitabilmente benefici al settore, che spesso finora ha tenuto lontani i piccoli investitori proprio per la presenza di un ampio differenziale nei prezzi tra domanda e offerta. Ciascun risparmiatore può costruirsi in proprio un Pir o acquistare un fondo Pir compliant già preconfezionato dall’industria del risparmio gestito, ricordando che lo strumento può portare benefici solo a patto di vincolare l’investimento per un lungo periodo.

Nel report di Intermonte vengono citati i titoli che esprimono in questo momento il maggiore potenziale di rivalutazione. Tra quelli a media capitalizzazione figurano Amplifon, Anima, Autogrill, Banca Ifis, Cerved Diasorin, Enav, Erg, Iren e Saras. Mentre tra le small cap indicate (una ventina in tutto) figurano realtà come Ascopiave, Cementir, Mondadori, Piaggio, Saes Getters, Sesa, Snai e Technogym.

Luigi dell’Olio

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