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La Borsa promuove (con riserva) lo scudo

Ne hanno provate tante: la riforma della legge fallimentare, le garanzie pubbliche sulle cartolarizzazioni di crediti deteriorati, il fondo Atlante. Il mercato non si era mai lasciato incantare dalle iniziative del Governo (precedente) per mettere una pezza alla crisi bancaria. Ma questa volta è diverso: sul tavolo ci sono potenzialmente 20 miliardi. Il mercato, sebbene ancora cauto in assenza di dettagli, ci crede. Con riserva, ma ci crede.
Il ragionamento che circola tra le sale operative di Piazza Affari e della city di Londra, più o meno, suona così. Per il sistema bancario nel suo complesso, e soprattutto per le banche più sane, il decreto salva-risparmio è in generale positivo: perché riduce notevolmente il rischio sistemico e perché toglie dagli istituti creditizi più forti l’onere di dover salvare quelli in crisi. Per le banche che potenzialmente potrebbero dover usufruire di aiuti pubblici, invece, il discorso è più delicato: perché bisogna vedere quali condizioni (e quali penalizzazioni per azionisti e obbligazionisti subordinati) potrebbero essere imposte in caso di salvataggio pubblico.
La Borsa e i mercati obbligazionari, soprattutto martedì, hanno dunque reagito in maniera coerente con questa duplice lettura: favorendo le banche sane e penalizzano quelle che potrebbero essere oggetto di salvataggio pubblico. Non è un caso che negli ultimi due giorni tutte le banche italiane siano salite in Borsa (con punte del 3,86% per la Popolare di Milano, del 2,25% per Intesa e addirittura del 7,9% per Ubi). Tranne due: Mps (-12,46% in due giorni) e Carige (-3,03%). Ma l’indice delle banche italiane è salito del doppio (+2,64%) rispetto alla media europea. Idem per i bond subordinati: tutti stabili, tranne il bond di Carige che – sebbene molto illiquido – ha visto scendere il prezzo da 80 a circa 78. Il mercato, dunque, questa volta prova a crederci.
Conti alla mano
La domanda che assilla gli investitori è banale: 20 miliardi (ammesso che lo Stato li usi tutti) bastano per risanare l’intero sistema bancario italiano, su cui gravano troppi crediti deteriorati? O si tratta ancora di una pezza più piccola del buco? Una risposta certa ancora non si può dare, dato che non si conoscono davvero le condizioni e le modalità di attuazione di questo paracadute pubblico. Ma qualche calcolo, spannometrico e puramente teorico, si può azzardare. L’hanno fatto, ad esempio, gli analisti di Deutsche Bank.
Supponiamo che tutte le banche italiane svalutino i crediti deteriorati come sta facendo UniCredit, portando il tasso di copertura al 63% del loro valore originario (svalutando le sofferenze del 75% e gli altri prestiti deteriorati del 41%). Ebbene: se questo accadesse immediatamente, in via del tutto ipotetica, le banche italiane sarebbero costrette a effettuare svalutazioni per un ammontare totale di 52 miliardi di euro. Però, in questa montagna, bisogna fare alcune eccezioni. Bisogna innanzitutto eliminare UniCredit, che già lo sta facendo e già ha deciso di varare un aumento da 13 miliardi. E, soprattutto, che non necessita di alcun aiuto pubblico per farlo.
Bisogna poi eliminare dal calcolo tutte le altre banche che, qualora prendessero una decisione analoga, avrebbero tutte le possibilità di realizzare un ipotetico aumento di capitale sul mercato, senza dover chiedere nulla allo Stato. Solo eliminando Intesa (che ha sempre detto di non avere nulla del genere in mente) e UniCredit il conto scenderebbe a circa 30 miliardi. E se si eliminano tutte le altre banche che sarebbero perfettamente in grado – ammesso e non concesso che vogliano fare ipersvalutazioni dei crediti andati a male – di raccogliere capitali sul mercato, la cifra scende nettamente. Morale: i 20 miliardi, secondo alcuni analisti, appaiono più che sufficienti per coprire eventuali esigenze impossibili da soddisfare sul mercato. Ecco perché in Borsa c’è (seppur cauta) fiducia.
Il rimbalzo delle banche
Del resto a Piazza Affari c’è ancora una forte, fortissima, speculazione ribassista. Su Ubi solo le maggiori posizioni ribassiste censite dalla Consob ammontano al 7,46% del capitale. Sulla Popolare di Milano al 6,89% del capitale. È dunque normale che, di fronte a 20 miliardi potenziali messi sul piatto dal Tesoro, molti investitori abbiano deciso quantomeno di ridurre la loro speculazione ribassista. Anche perché le quotazioni dei bond subordinati e delle azioni già scontavano gran parte degli eventi negativi che potrebbero capitare.
Il mercato è però consapevole che anche questo intervento non risolve tutti i problemi. «Per le banche che vengono ristrutturate serve comunque un taglio dei costi e di almeno un terzo degli sportelli», osserva Alberto Gallo di Algebris. Resta poi un problema di redditività. «Il mercato dovrà pesare bene i due piatti della bilancia – osserva Antonio Guglielmi di Mediobanca Securities -. Da un lato quello positivo, cioè la riduzione del rischio sistemico. Dall’altro quello negativo, cioè il costo che dovrà essere pagato in Borsa, attraverso il burden sharing, per questi salvataggi». Ma, per ora, sul mercato si tende a guardare il bicchiere mezzo pieno.

Morya Longo

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