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La Borsa premia l’opzione Marchionne

Non è una novità che le attitudini finanziarie dell’ad di Fiat, Sergio Marchionne, piacciano alla Borsa. Così, Piazza Affari si è accesa alla lettura dei resoconti sulla vicenda Ferrari, dove sta per chiudersi la ventennale stagione di Luca Montezemolo e alla cui presidenza potrebbe approdare proprio il manager italo-canadese. Del resto delle varie ipotesi circolate sul vertice della Rossa è forse questa la più concreta: perlomeno le voci che vorrebbero esponenti della famiglia Agnelli – dal presidente Fiat John Elkann, al fratello Lapo, ad Andrea Agnelli – in procinto di rilevare la poltrona di Montezemolo risultano destituite di fondamento.
«Se arriva Marchionne c’è da aspettarsi un po’ di corporate action», commentava ieri un operatore di Piazza Affari. Magari una fusione tra Ferrari e Maserati. La casa del cavallino, all’interno del gruppo, è valutata dagli analisti fino a quasi 5 miliardi, applicando un multiplo Ev/Ebitda di poco meno di 8 volte, e quella del tridente di almeno 2 miliardi se si applica un multiplo di 4 volte. Insomma, nel segmento dell’extralusso c’è sicuramente un valore importante per il gruppo che in Borsa capitalizza meno di 10 miliardi. E, in uno scenario di M&A, Ferrari potrebbe valere anche di più – ragionavano ieri in Borsa – anche se le varie ipotesi di Ipo/cessioni di quote vengono raffreddate in ambienti vicini al Lingotto e relegate all’ambito delle speculazioni a tavolino delle case d’investimento.
Da Torino rimandano piuttosto alle dichiarazioni rilasciate a Cernobbio da Marchionne, la cui principale preoccupazione sembra essere quella di riportare Ferrari alla vittoria in campo sportivo, perchè sei anni di digiuno alla fine rischiano di pesare anche sul valore dell’asset. Per ora non ci sarebbe altro e se anche Fca dovesse sentire l’esigenza di rafforzarsi patrimonialmente – gli analisti stimano che servirebbero 1,5-2 miliardi – ci sono altre opzioni possibili che non quella di toccare la quota in Ferrari. Tanto più che con la quotazione a Wall Street, osservano gli operatori, è più facile realizzare aumenti di capitale in pochi giorni, con la formula dell’accelerated book-building, senza dover proporre sconti consistenti. Nei mesi scorsi erano circolate voci di possibili emissioni obbligazionarie quasi equity, utilizzando per esempio lo strumento del convertendo che, come si è visto nel caso Telecom, potrebbe consentire anch’esso di raccogliere capitali senza pesare sulle quotazioni.
Il gruppo però per ora è impegnato prioritariamente a completare il processo di fusione con Chrysler che dovrebbe portare Fca al debutto a Wall Street intorno a metà ottobre. E, con questo, a limitare l’esborso per il recesso che non è arrivato a sforare il tetto, vincolante, dei 500 milioni che avrebbe fatto saltare il merger, ma che ha raggiunto comunque dimensioni di rilievo. Sono state infatti avanzate richieste per “restituire” 60 milioni di titoli, pari al 4,5% del capitale, per un controvalore di 460 milioni. Ora questi titoli sono offerti in opzione agli azionisti, ma non si avranno dettagli sull’esito prima che si concluda il periodo d’offerta, il 6 ottobre. Quindi la parte non opzionata sarà offerta sul mercato e, solo al termine, dell’eventuale quota residua si farà carico la società.
Sarà tanto più facile ricollocare le azioni – e di converso limitare l’esborso a carico di Fca – quanto più le quotazioni si allontaneranno dal prezzo del recesso che è stato fissato in 7,72 euro. Nel corso delle contrattazioni di ieri, complici anche le suggestioni su Ferrari, Fiat è arrivata a segnare un massimo di 7,76 euro – oltre quindi il valore del recesso – per poi chiudere a 7,69 euro, in rialzo dell’1,65%. I volumi – 12,2 milioni di pezzi – sono risultati inferiori alla media degli ultimi trenta giorni di 15,3 milioni di titoli scambiati per seduta.

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